SIMON & GARFUNKEL
OLD FRIENDS: LIVE ON
STAGE
INTRODUZIONE
Ogni capolavoro musicale
che si rispetti ha un’introduzione all’altezza del proprio contenuto, e “Old
Friends”, il dvd che mette il sigillo al ritorno sulle scene di Simon &
Garfunkel, non è da meno.
Sulle note di “America”
vediamo susseguirsi una serie di immagini in dissolvenza che, prima in bianco e
nero, poi a colori, ripercorrono gli anni di collaborazione dei due,
parallelamente alla storia recente del nostro pianeta.
Le prime immagini che ci
vengono proposte risalgono alla loro infanzia, le figure nel montaggio vengono
accostate ma tenute volontariamente separate, per poi “fondersi” con
significato metaforico in una foto che li ritrae insieme, nei primi anni della
loro carriera.
Successivamente
ripercorriamo gli anni che sono teatro della proficua cooperazione del duo: le
prime apparizioni pubbliche con il nome di Tom & Jerry, i primi dischi
firmati Simon & Garfunkel, alcuni fotogrammi raffiguranti il lavoro di
incisione in studio e il celeberrimo concerto a Central Park del 1981.
Tutto ciò si alterna
alla successione di immagini tanto famose quanto storiche, dagli hippies
all’avvento dell’Euro, da Nixon a Mandela, passando per lo sbarco sulla Luna e
la caduta del Muro di Berlino, quasi a sottolineare la longevità del sodalizio
artistico e della profonda amicizia che lega Paul ed Artie.
"OLD
FRIENDS" / "BOOKENDS" VOTO: 8.5
La telecamera ci mostra
i nostri in ottima forma, nonostante si notino i segni del tempo trascorso
dall’ultima apparizione sulle scene; come ormai di regola, Simon imbraccia la
chitarra con Garfunkel alla sua destra.
Prima che cessi
l’ovazione di benvenuto del pubblico, si percepiscono gli inconfondibili
accordi dell’acustica di Paul e un urlo dagli spalti: “I love you!”, al quale
Garfunkel risponde con un bacio, e Simon, impegnato nell’arpeggio, con un
timido sorriso ed un cenno del capo.
Dopo una rapida occhiata
d’intesa i due intonano: “Old Friends…”. L’armonia delle due voci,
sempre accompagnate dall’impeccabile chitarra di Simon, sembra ricordare al
pubblico la magia di questa collaborazione decennale, sottolineando quanto per
ognuno il contributo del “collega” sia fondamentale.
La mano di Art sulla
schiena di Paul suscita il grido di approvazione di parte del pubblico, che
diventa più consistente quando l’ultimo arpeggio di “Old Friends” sfocia nel
primo di “Bookends”, un pezzo tanto breve quanto intenso e ricco di
significato.
Nonostante non lo sia
nell’omonimo album del 1968 in cui è contenuta, questa canzone rappresenta, a
nostro parere, il naturale seguito di “Old Friends”, come ormai da copione per
quanto riguarda la quasi totalità delle esecuzioni dal vivo. Semplicemente
magistrale.
"A
HAZY SHADE OF WINTER" VOTO:7.5
Il buio più totale che
regnava su quel palco è tradito e sopraffatto da un elettrizzante intro alla
chitarra elettrica 12corde, opera del chitarrista della band Larry Saltzman,
che si rivela essenziale nel dare a questa canzone (presente nell’album del 1968,
“Bookends”) un tocco deciso e frizzante, alimentato dai colpi decisi alle
percussioni del nostro Jim Keltner.
Un pezzo quindi
“aggressivo”, ma dolce allo stesso tempo, nei punti in cui il pianoforte di
Warren Bernhardt e la soave voce di Garfunkel facevano da padroni.
Fondamentale è
l’inimitabile fusione delle voci di Simon & Garfunkel, che permettono al
loro pubblico di ricordare la versione originale (che aveva poco a che fare con
quest’ultima) solamente in parte, in quanto cercano di non interpretarla
proprio fedelmente, offrendone una versione strepitosa.
"I
AM A ROCK" VOTO: 9.5
Senza dubbio, questa
canzone si rivela tra le più sorprendentemente trasformate e oseremmo dire,
migliorate dal punto di vista degli arrangiamenti strumentali.
Paul Simon, con la sua
acustica ci regala le famosissime note iniziali, che fanno da sottofondo al
primo verso “A winter’s day…in a deep and dark December”, in questo modo
così pacato e sommesso, da venire totalmente soffocato al momento del
ritornello, dalle pennate di Mark Stewart alla sua Telecaster e da un’ottima
batteria, prendendo così colore.
L’evidente rallentamento
della canzone rispetto all’originale le conferisce un aspetto più “stanco” nel
senso migliore del termine: l’immagine di canzoncina giovanile è completamente
scomparsa e le armonie vocali del nostro duo si sposano in maniera incantevole,
offrendoci una versione alquanto inaspettata, da pelle d’oca, che sarà
sicuramente ricordata da molti come in assoluto la più bella “I am a rock”.
Fantastico
l’arretramento finale di Simon con quell’espressione così seria e convinta e,
probabilmente, anche molto soddisfatta, in quanto non avrebbero potuto fare di
più: sarebbe impossibile migliorare ciò che sfiora la perfezione.
"AMERICA" VOTO: 8
L’esecuzione di questo
memorabile pezzo è preceduta dalle sentite parole di Art Garfunkel rivolte al
pubblico di New York, la città dove ha trascorso tutta la sua infanzia e quindi
luogo di nascita del profondo vincolo che lo lega a Paul Simon: afferma di
essere dispiaciuto che ci sia voluto così tanto tempo, ma che per lui e Paul è
comunque meraviglioso esibirsi per la loro città.
Pronunciate queste
parole, Simon inizia a pizzicare le corde della sua chitarra acustica non
lasciando altra scelta al pubblico, costretto ad applaudire davanti
all’arpeggio di “America”.
Questa dolce atmosfera
acustica viene smorzata dal doppio magnifico assolo elettrico dei due
chitarristi, Mark Stewart e Larry Saltzman, per poi ritornare tale con una
delicata armonia delle tastiere di Rob Schwimmer.
La melodia di base della
voce di Simon, arricchita dalle armonie della voce cristallina e limpida di
Garfunkel rende questa canzone unica ed intramontabile, simbolo dell’intera
nazione.
"AT
THE ZOO" VOTO: 7
Dopo aver raccolto gli
ultimi applausi della folla per “America”, Garfunkel rimane nell’ombra mentre
Simon si avvicina lentamente al microfono con un’espressione piuttosto seria,
come se volesse dire qualcosa, qualcosa di importante: “Someone…someone…”,
il pubblico smette di rumoreggiare e resta in attesa.
Ad un tratto un mezzo
sorriso compare sul viso di Paul, che con espressione curiosamente ridicola
intona: “Someone told me it’s all happening at the zoo…I do believe it, I do
believe it’s true”, raggiunto poco dopo dalla voce di Art e dal resto della
band.
Garfunkel, sulla scia
del solido ritmo della batteria di Jim Keltner, invita il pubblico a
partecipare battendo le mani.
Nell’esecuzione, i due
sono supportati principalmente dal contributo non indifferente dell’ottimo giro
di basso di Pino Palladino e della fondamentale chitarra di Larry Saltzman nel
passaggio a “Baby Driver”.
"BABY
DRIVER" VOTO: 8
L’esecuzione di questo
interessante pezzo dal ritmo sostenuto, contenuto nell’album “Bridge Over
Troubled Water” del 1970, ruota essenzialmente attorno al notevole “dialogo”
che intercorre durante tutta la canzone tra le tre chitarre presenti sul palco:
quella dello stesso Simon, l’acustica di Larry Saltzman, fondamentale “ponte”
di collegamento a “At the zoo”, e l’elettrica di Mark Stewart.
Grandiosa anche la prova
di Warren Bernhardt al pianoforte, capace di rendere ancor più interessante un
pezzo dall’imprescindibile valore musicale.
“Baby Driver”, come
anche “At the zoo”, vede in primo piano la natura di showman di Paul Simon che,
aspettando di introdurre la propria parte di chitarra, gesticola vistosamente
con le mani, rendendo il tutto ancor più spettacolare.
Questa canzone è
presumibilmente significativa per i due, che sembrano divertirsi nel cantarla,
in particolare Garfunkel pare trattenersi a fatica dal ballare. Simon dà il
meglio di sé, sia vocalmente, che strumentalmente, nonostante nel bel mezzo
dell’esecuzione abbia un momento di panico dovuto ad un vuoto di memoria circa
il testo.
Paul sorride,
vistosamente imbarazzato e si volta verso Art, il quale risponde con
un'espressione stupita, mista ad un tenero sorriso, come volesse chiedere
all’amico: “Ehi, che ti succede?”. Ma Simon, come tutti i bravi musicisti, è
abile a non interrompersi e a celare il “misfatto” dietro alle pennate finali
più ricche di potenza e convinzione.
"KATHY’S
SONG" VOTO: 9.5
Anche qui Garfunkel è
protagonista di un discorso legato alla canzone che sta per interpretare (è un
caso eccezionale dato che la voce solista è sempre stata quella di Simon):
afferma che questa è per lui la migliore canzone d’amore del suo “collega” e di
aver sempre avuto un legame molto stretto con lei, in quanto lo riporta ai
tempi in cui erano solamente due ragazzi ventiduenni che si esibivano a Londra
e Parigi; la loro amica Kathy raccoglieva le monetine in un cappello da
marinaio e per S &G era l’occasione di racimolare un po’ di soldi, suonando
“all around the cuntries”, perché allora erano poveri.
Dalle parole di Artie,
Kathy dev’essere stata una bella ragazza.
Approfitta
dell’occasione per dedicare questa magnifica canzone d’amore alla sua bella
moglie Kathryne.
Simon ha già iniziato a
suonare nel bel mezzo del discorso di Garfunkel; l’arpeggio raggiunge l’apice
della dolcezza più estrema e viene arricchito da semplici virtuosismi lungo il
manico della chitarra di Paul.
La voce di Garfunkel
risulta essere perfetta per questa canzone (forse addirittura superiore a
quella di Simon) e suscita grandi emozioni negli animi del pubblico, che le
manifesta con una lunga ovazione, rendendoli entrambi molto orgogliosi.
Art conclude sostenendo
che “è semplice cantare quando le canzoni sono belle” facendo così sorridere
timidamente e arrossire Simon, che se avesse potuto, si sarebbe nascosto dentro
la buca della sua chitarra.
TOM
AND JERRY STORY
Raccolti gli ultimi
applausi per Kathy’s song, Simon & Garfunkel raccontano come sia nata la
loro amicizia: crebbero nel quartiere di “Queens” e si incontrarono all’età di
undici anni sulle scene di “Alice in wanderland” (“Alice nel paese delle
meraviglie”), in cui, in particolare Paul tende ad esaltare il suo “leading
role”, ovvero “the white rabbit” sul “supporting role” di
Art, ovvero “the cheshire cat”; poco dopo si corregge, ammettendo che la
parte del suo amico era un “very important supporting role”, dato che lo
stesso Garfunkel gli ha lanciato uno sguardo non proprio innocente.
Artie dichiara che in
quello stesso anno sarebbe ricorso il cinquantesimo anniversario della loro
amicizia; Paul racconta che cominciarono a suonare a quattordici anni e
aggiunge sorridendo che alla stessa età cominciarono i loro “battibecchi”, così
quello sarebbe stato il quarantasettesimo anniversario “of their arguing”.
Sostengono di non
litigare più attualmente: nel caso, a vicenda si dicono “that’s your
opinion, and I respect that”; scritto così non fa alcun effetto, ma
l’espressione di Simon ed i suoi gesti nel pronunciare questa frase sono
parecchio divertenti.
"HEY,
SCHOOLGIRL" VOTO: 7
Questo fu il loro primo
disco, avevano circa 16 anni e li chiamavano Tom & Jerry (Art & Paul).
E’ una canzoncina
acustica molto semplice e adolescenziale, di estrema brevità.
Il titolo completo è
“Hey, Schoolgirl in the second road” e Simon la scrisse influenzato dai loro
idoli dell’epoca, gli “Everly Brothers”.
Molto carino è
l’aneddoto sulla inconsueta parola “ wou, bop a lu-cha-ba”, anch’essa
articolo di disaccordo tra Paul ed Art: il primo sostiene che derivi da Little
Richard, mentre quest’ultimo è convinto che c’entri con il successo di Gene
Vincent, “Be bop a lula”.
THE
EVERLY BROTHERS INTRO
Dopo aver concluso “Hey,
Schoolgirl”, una sorta di esempio delle sue prime composizioni, Simon torna a
rivolgersi amichevolmente al pubblico, ricordando quando lui ed Artie avevano
15/16 anni, come se stesse raccontando la propria adolescenza ad un nipotino.
Sottolinea come il tempo
affievolisca e confonda i ricordi, afferma che alcuni particolari nella sua
mente non sono gli stessi in quella di Art, il cui intervento ad interrompere
l’amico, dà vita ad un simpatico scambio di opinioni. Garfunkel, con tono
sostenuto e leggermente accusatorio, ricorda che al momento della formazione
del gruppo “I wanted to call us Garfunkel and Simon”, Paul ribatte: “You
should do that!” e Art continua dicendo: “He convinced me that it should
be alphabetical”, suscitando l’ilarità del pubblico.
Lo sguardo di Simon
quasi si perde nei ricordi quando aggiunge che, nonostante non rammentino i
minimi particolari degli albori del loro successo, entrambi concordano
nell’affermare che a quell’età erano molto influenzati dal sound degli Everly
Brothers. Egli li presenta come i loro eroi, modelli a cui ispirarsi e, con
Garfunkel, si fa da parte per lasciare il palco ai suoi miti.
"WAKE
UP LITTLE SUSIE" VOTO: 7
“Don and Phil” fanno il
loro ingresso sul palcoscenico imbracciando due chitarre acustiche e danno
inizio alla loro esibizione con “Wake up little Susie”, un buon rock ’n’ roll
che coinvolge buona parte del pubblico e in cui le quattro chitarre fanno la
parte del leone.
Gli Everly Brothers sono
stati senz’altro e sono tuttora una parte importante del panorama musicale
americano e, nonostante anche per loro sia evidente il trascorrere inesorabile
degli anni, con questa canzone si dimostrano ancora piuttosto vivaci e vitali.
L’interpretazione è
sicuramente molto suggestiva, ma a nostro parere sarebbe stato forse più
interessante vedere Simon & Garfunkel affiancare i due nell’esecuzione.
"ALL
I HAVE TO DO IS DREAM" VOTO: 7.5
Gli Everly Brothers
mantengono il “monopolio” del palco continuando con “All I have to do is
dream”, una dolcissima ballata dalla melodia orecchiabile in cui il duo mette
essenzialmente l’accento sulle armonie vocali, senza particolari virtuosismi
strumentali.
La band di Simon &
Garfunkel, che li accompagna anche in questo pezzo, sembra adeguarsi
all’atmosfera dolce e dimessa che ne deriva: Jim Keltner alla batteria e Jamey
Haddad alle percussioni mantengono un ritmo pacato e sommesso, mentre Pino
Palladino sembra pizzicare le corde del suo basso in punta di piedi, quasi a
non voler rovinare questo sound volutamente “tranquillo”.
"BYE
BYE LOVE" VOTO: 8
Al termine di quella che
è probabilmente la canzone più famosa degli Everly Brothers, vediamo finalmente
i nostri riprendere possesso del “loro” palcoscenico per eseguire un magnifico
pezzo insieme ai loro idoli.
Si tratta di “Bye bye
love”, una delle perle di “Bridge over troubled water” e forse più famosa come
cover di Simon & Garfunkel che come pezzo “targato” Everly Brothers.
L’arrangiamento è
piuttosto simile alla cover, nonostante alcune sfumature vocali subiscano delle
modifiche, probabilmente dovute alla presenza dei due “ospiti”.
Anche questo pezzo vede
una simpatica dimostrazione del grande legame esistente tra Paul ed Art,
cementificato da decenni di collaborazione: durante tutta la canzone i due si
scambiano occhiate d’intesa e ad un tratto Garfunkel si volta verso l’amico,
imitando con le mani la sua chitarra.
Mentre il ritornello
viene interpretato dai quattro simultaneamente, gli Everly Brothers “regalano”
un’intera strofa (la terza) all’esecuzione di Simon & Garfunkel, che non
disattendono le aspettative, ricordando ancora una volta al loro pubblico che
il trascorrere del tempo non per tutti è fatale.
"SCARBOROUGH
FAIR / CANTICLE" VOTO: 7.5
Dopo che gli Everly
Brothers hanno abbandonato il palco, Paul Simon, effettuata la sostituzione
della chitarra, inizia quell’arpeggio che, nonostante gli applausi ancora
intensi, cattura l’attenzione del pubblico.
Ha così inizio
quell’atmosfera incantata che ha sempre caratterizzato “Scarborough fair”, resa
tale dalla voce solista, quella di Art, il quale è collocato in primo piano,
mentre Simon e la sua chitarra sono qualche metro più indietro, ma questo solo
per quanto riguarda la prima strofa: Paul infatti, raggiunge subito dopo il
microfono per sfoderare le sue armonie basse continuando con quell’arpeggio
incessante.
Un decisivo contributo è
quello di Mark Stewart, questa volta non alla chitarra, bensì al violoncello:
ai nostri occhi è risultato abbastanza insolito che un chitarrista sia anche un
abile violoncellista, ma ne abbiamo preso atto con grande sorpresa e soddisfazione.
Questo verso, “the
leading verse”, “Are you going to Scarborough fair, Parsley, Sage, Rosemary
and Thyme”,è lo stesso titolo dell’album in cui è contenuta questa
perla, che ancora una volta si è confermata degna del marchio S&G.
"HOMEWARD
BOUND" VOTO: 9.5
Forse tra i pezzi più
complessi e più finemente arrangiati di tutto il concerto: inconfondibile il
riff acustico che dà inizio a quella che è una delle loro canzoni in assoluto
più famose e apprezzate.
Inizialmente il pezzo
risulta essere abbastanza simile all’originale (contenuto nell’album del 1967
“Parsley, Sage, Rosemary and Thyme” ), ma già nel primo chorus si notano
sottili variazioni, sia per la parte cantata, che per l’aggiunta di un leggero
tocco alla batteria, con il contributo delle altre percussioni di Jamey Haddad
e un buon giro di basso di Pino Palladino.
Dall’ultimo chorus, a
seguire dell’incessante ripetizione “home”, l’ultima parte delle canzone
è caratterizzata dalla presenza di una favolosa suite strumentale, che vede come
protagonisti il chitarrista Mark Stewart che produce in modo eccezionale
effetti sinuosi con la sua Fender Telecaster; l’altro chitarrista, Larry
Saltzman che, “in punta di piedi” sfodera un prodigioso assolo acustico ed
infine l’eccellente pianista, grande amico di Artie, Warren Bernhardt che
conclude questa parte per concedere al duo di terminare col “vecchio stile”
questa bellissima canzone.
Quello di “Homeward
bound” è un altro esempio della “non fedele interpretazione” bensì l’esecuzione
live risulta essere non il motivo, in ogni caso molto bello, prettamente
acustico e anch’esso “giovane”, ma indossa le vesti di una canzone più matura,
in cui ognuno dei musicisti offre un contributo caratteristico e fondamentale.
"THE
SOUND OF SILENCE" VOTO: 10
Dopo aver presentato al
pubblico Larry Saltzman, uno dei migliori collaboratori del duo, Garfunkel
scompare nell’ombra del palcoscenico. Simon rimane lì, al cospetto del
pubblico, in compagnia di una chitarra che è ormai parte di lui.
La debole luce che lo
circonda sembra anticipare alla folla la magica atmosfera che Paul si appresta
a ricreare con la sua impeccabile acustica. Bastano poche inequivocabili note a
suscitare nel pubblico quell’emozione che solo capolavori come “The Sound of
Silence” sanno risvegliare.
La magistrale
introduzione di Simon raccoglie un’altra ovazione, mentre Artie torna ad
affiancare il suo collega ed eccoli di nuovo, fianco a fianco, le loro voci si
uniscono ancora, in uno dei versi che hanno fatto la storia della musica: “Hello
darkness my old friend, I’ve come to talk with you again…”.
Mentre Simon si occupa
dell’armonia bassa, l’espressione affaticata ed i gesti di Garfunkel ne
sottolineano la stanchezza, che non gli preclude comunque il raggiungimento
delle note più alte. I due continuano nella loro meravigliosa esecuzione,
alimentando il sogno di chi vi assiste.
I muscoli di Paul che si
contraggono ad ogni nota, sono l’unica testimonianza della sua azione sulle
corde della chitarra, che sembrano muoversi da sole, pizzicate dalla magia del
mito.
Ad un tratto, un geniale
cambio di ritmo, ora reso più incalzante dalle pennate di Paul, va a
contrastare con i sommessi arpeggi delle prime strofe, suscitando l’ennesima
ovazione del pubblico in visibilio.
La folla si fa
trascinare dall’incanto di questa magnifica “The Sound of Silence”, è ormai
soddisfatta e aspetta solo di esplodere nel lungo applauso finale.
Simon & Garfunkel
però hanno un’altra “sorpresa” per il loro pubblico: il verso “Take my arms
that I might reach you”, cantato con una sfumatura diversa dal solito,
enfatizzata dai gesti di Garfunkel. E’ proprio grazie a questa piccola
variazione che il pezzo concede agli ascoltatori quel prezioso brivido lungo la
schiena che lo rende ulteriormente inimitabile.
A questo punto i nostri
avviano il loro “inno” verso la fine, riportando il ritmo alla pacatezza
iniziale, quasi sussurrando gli ultimi versi.
In piedi, signore e
signori. Applaudiamo un capolavoro.
"MRS ROBINSON" VOTO: 8.5
Prima di essa, il mega
schermo riproduce vecchie immagini di S&G live, altre buffe in studio e
inoltre spezzoni del film “The Graduate” (Il Laureato) con Dustin Hoffman: non appena
l’inquadratura cade sull’attrice che recita la parte della signora Robinson, la
riproduzione si interrompe per lasciare spazio all’inconfondibile intro di “Mrs
Robinson”, che vede un Paul Simon dondolante sulle ginocchia, quasi come se
stesse ballando un twist.
La canzone appare
piacevolmente simile all’originale per ciò che concerne la parte cantata: le
voci di Simon & Garfunkel, infatti, sembrano essere le stesse di quasi
quarant’anni fa, forse però il ritmo è più incalzante.
La parte strumentale,
invece, è stata arrangiata a dovere: trovano spazio infatti chitarre
elettriche, ottime percussioni ed eclatanti assolo di pianoforte e tastiere.
“Mrs Robinson” si è
riconfermato un classico, rimasto intatto nei ricordi di chi ha vissuto gli
anni ’60 e in seguito tramandato alle generazioni successive, le quali hanno
dimostrato di apprezzarlo, essendo anch’esse particolarmente coinvolte durante
l’esecuzione di questa canzone.
"SLIP
SLIDIN’ AWAY" VOTO: 8.5
Dopo aver imbracciato la
12 corde, Paul si appresta ad introdurre la canzone successiva: “Slip Slidin’
Away”, un pezzo tratto dal repertorio del Simon solista.
Ma prima di iniziare
egli si rivolge nuovamente al pubblico, ringrazia Artie per la sua
collaborazione, sostenendo che gran parte delle canzoni firmate Simon &
Garfunkel non avrebbero avuto tanto successo senza il contributo del collega.
Art sorride, ringrazia
l’amico e si accomoda sullo sgabello, pronto ad accompagnarlo ancora una volta
nell’esecuzione dell’ennesimo capolavoro. Egli lascia a Paul il “leading role”
dell’esecuzione di questo pezzo, limitandosi a supportarlo nel ritornello e di
tanto in tanto nelle strofe.
Come sempre Simon è
impeccabile nel cambio di accordi, operazione che esegue con estrema facilità e
nelle pennate con cui conferisce un ritmo abbastanza sostenuto alla canzone.
La band fornisce come
sempre il suo notevole contributo all’interpretazione, in particolare vorremmo
sottolineare la buona prova di Rob Scwimmer alle tastiere e l’ottimo giro di
basso di Pino Palladino.
"EL
CONDOR PASA (IF I COULD)" VOTO: 7.5
Il sound delle chitarre
acustiche e del mandolino nell’intro lascia immediatamente intendere al
pubblico, che risponde mantenendo il ritmo con le mani, di quale canzone si
tratti.
Benché il motivo in
questione sia abbastanza famoso, presente dell’ultimo album di S&G, “Bridge
over troubled water”, del 1970, né alla mia collega, né alla sottoscritta è mai
piaciuto particolarmente.
Siamo costrette ad
ammettere, però, che questa versione è di gran lunga più apprezzabile, più
vivace e coinvolgente.
Paul Simon sembra
divertirsi nel suo intento di rendere la canzone leggermente ridicola,
cantandola quasi sottoforma di dialogo; inizialmente Art Garfunkel, continua
imperterrito a cantare senza troppa ridicolaggine ma poi tenta di seguire le
orme del suo amico, ma non con lo stessa abilità.
C’è poco da fare:
Garfunkel è un “signore”, sempre composto, mentre Simon è un autentico
“showman”.
In definitiva, un pezzo
divertente ma raffinato allo stesso tempo, che ha mostrato il suo volto
migliore, lasciando un po’ in ombra quello della versione in studio.
"KEEP
THE COSTUMER SATISFIED" VOTO: 7.5
Probabilmente l’unico
caso in cui una canzone, che originariamente era estremamente frizzante e
vivace, soprattutto a livello vocale, è apparsa in un tono più stanco e
affievolito, ma in ogni caso divertente e molto piacevole.
Le voci di S&G,
infatti sono estremamente maturate nel corso degli anni e questa canzone in
particolare, risente di una lieve carenza di “entusiasmo giovanile”, presente
nella versione del 1970.
Nonostante questo, i
nostri offrono una grande interpretazione che diverte il pubblico, che
manifesta il proprio apprezzamento; notevole è il contributo di tutti i
musicisti della band, in particolare un eccellente Mark Stewart, artefice di un
assolo che calza a pennello; molto buono anche il lavoro di Keltner e Haddad,
il batterista ed il percussionista, che sanno dare il ritmo giusto.
"THE
ONLY LIVING BOY IN NEW YORK" VOTO: 9
Paul è di nuovo solo, al
centro del palcoscenico, con una folla in adorazione ai suoi piedi. Art è in
disparte, decentrato rispetto alla luce che illumina il suo compagno e stavolta
vi rimarrà per tutta la durata della canzone. Paul introduce così “The only
living boy in New York”, l’ennesima perla di “Bridge over troubled water”,
spiegandone l’origine: una dedica ad Art, volato in Messico nel 1969 per girare
un film.
Ed inizia, imbracciando
la 12 corde, con pennate prima deboli e dimesse, che si fanno più decise e
sicure man mano che il ritmo acquista d’intensità.
Sarà quella di Simon la
prima voce nell’esecuzione di questo splendido pezzo, ma la luce ora sfiora
anche Artie, che si appresta a rendere impagabili anche queste armonie.
Paul continua, strofa
dopo strofa, raccogliendo di tanto in tanto gli applausi del pubblico ed Art,
supportato dal chitarrista Mark Stewart, dà inoltre il suo contributo alla
canzone con i meravigliosi vocalizzi che le conferiscono quell’atmosfera dolce
e surreale.
Il basso di Pino
Palladino, presente ad alti livelli in tutto il concerto, questa volta è
davvero eccellente e gli “regala” la meritatissima ovazione del pubblico.
In generale oseremmo
dire che questo è uno dei pezzi più sottovalutati di Simon & Garfunkel,
dotato di una buona melodia e di una stupefacente parte vocale, a cui purtroppo
spesso non viene dato il riconoscimento che meriterebbe.
"AMERICAN
TUNE" VOTO: 8.5
E’ ora il turno della
meravigliosa “American Tune”, un’altra punta di diamante tratta dal repertorio
del Simon solista. Nonostante ciò, stavolta è Art a trovarsi da solo sul
palcoscenico a presentare la canzone, un pezzo che adora; si appresta ora a
dare inizio all’ennesima splendida esecuzione.
Nella prima strofa la
sua voce è accompagnata solo dalla tastiera di Rob Scwimmer, si uniscono poi la
voce di Paul, la sua chitarra (di nuovo l’acustica a sei corde) e man mano gli
altri membri della band. Da sottolineare ancora una volta la prova di Mark
Stewart, stavolta impegnato al violoncello.
Finora i nostri si sono
distinti nei loro ruoli predefiniti: Art nelle difficili parti vocali e Paul
lanciandosi nei suoi tipici virtuosismi alla chitarra. Stavolta però la mia
collega ed io vorremmo mettere l’accento sull’ottimo timbro vocale di Simon,
azzeccatissimo per l’esecuzione di questo ottimo pezzo.
In particolare per
quanto riguarda il verso “My eyes could clearly see”, dove Simon riesce
abilmente a non far rimpiangere la voce di Garfunkel, sebbene sia il verso più
alto di tutta la canzone. Nonostante ciò, Art dà come sempre il suo prezioso
contributo all’armonia, rendendo l’interpretazione ancor più suggestiva.
"MY
LITTLE TOWN" VOTO: 8.5
Grande successo del
Simon solista, incluso nel famoso album del 1975 “Still crazy after all these
years”, cui anche Art Garfunkel ha partecipato per offrire il proprio
contributo vocale solo a questa canzone.
E’ un ottimo pezzo per
pianoforte e infatti, determinante è stato il contributo del pianista Warren
Bernhardt, che ha eseguito la sua parte in maniera eccezionale, a partire
dall’intro con la successione di note gravi.
Oltre al pianoforte
spiccano le chitarre acustiche e poderosi assolo della chitarra
elettro-acustica di Mark Stewart, il primo dei quali è lento ed ha un suono
molto pulito, mentre il secondo è più vivace, con maggiore distorsione, cui
subentrano anche Keltner ed in particolare Haddad che contribuiscono a
trasformare una ballata, come questa canzone era parsa nella prima metà, in un
elaborato pezzo rock, movimentato e con un grande ritmo.
In questo frangente i
“nostri due” divertono sia il pubblico, che loro stessi: Simon in particolare,
allieta l’audience con curiosi movimenti di bacino e altrettanti balletti, per
non parlare delle espressioni sul suo volto…assolutamente grandioso!
Le voci, come al solito,
risultano meravigliose e in questo modo ci si può rendere conto di come
Garfunkel sia stato comunque indispensabile nell’interpretazione di una canzone
non inclusa nel repertorio S&G, ma posteriore: più volte, lo stesso Simon
tende a sottolineare questo concetto, rivolgendo i propri ringraziamenti
all’amico.
"BRIDGE
OVER TROUBLED WATER" VOTO: 10
Il finale della canzone
precedente è in stretta connessione con l’inizio di questa: non si distinguono
quasi, esattamente come quando ci si illude che il mare tocchi il cielo
all’orizzonte. Già a partire dal primo accordo esplode un boato tra il
pubblico, che in quel momento però si trovava ancora all’oscuro su quanto
quella canzone li avrebbe emozionati.
Incredibile a dirsi, ma
sappiamo con certezza da chi ha vissuto davvero quel momento che i brividi
lungo la schiena si facevano sentire addirittura da quando Garfunkel non aveva
ancora iniziato a cantare: un intro pianistico che tocca le corde del cuore e
dell’anima di coloro che sono dotati di sensibilità.
Il pubblico da altri
segnali non appena Artie inizia il primo verso, con una dolcezza infinita…un
duetto tra il pianoforte e la voce di Garfunkel, la quale sembra non mutare nel
tempo, mantenendosi talmente limpida e cristallina che chi tra il pubblico
appartiene alla sua generazione, non si accorge che sono trascorsi più di
trent’anni.
Con grande sorpresa di
tutti, i riflettori si spostano su Paul Simon, protagonista della seconda
strofa: la sua interpretazione è molto caratteristica, guarnita da un curioso
modo di gesticolare, quasi l’intento fosse quello di mimare la canzone.
Sicuramente differente
da quella di Garfunkel in quanto deve comunque distinguersi, in qualche modo, e
indubbiamente ci riesce con più che soddisfacenti risultati, alla faccia di
tutti coloro che non lo credono all’altezza.
Ci si aspetta a questo
punto che l’ultimo verso della strofa sia completato dallo stesso Paul, ma
anche in questo caso, il pubblico è vittima degli eventi: il verso rimane
“tronco” e completato al pianoforte, cui Bernhardt aggiunge un incantevole
intermezzo.
La terza strofa viene
eseguita da entrambi, un fondersi dolcissimo di armonie alte e basse; Simon
imbraccia la chitarra elettrica le cui corde vengono pizzicate delicatamente. Nel
corso della strofa l’inquadratura si stringe sempre più su Garfunkel e Simon si
comporta da signore, con il suo ammirevole gesto di mettersi da parte, pregno
di rispetto e fiducia, come se volesse dire al suo amico: “Questo è il TUO
momento!”.
E lo è davvero: Art fa
tremare tutto ciò che lo circonda con un acuto finale interminabile, che è
motivo di un grande scalpore tra il pubblico, che si fa sentire ancor di più
per merito di un ending assai prolungato.
L’ultimo accordo,
infatti si mantiene a lungo, Paul e Art si avvicinano e l’uno mette il braccio
intorno alle spalle dell’altro, (un gesto che agli occhi del pubblico pare
sentito e pregno di sincero affetto), ringraziando i loro fan che replicano
alzandosi in piedi e applaudendo in maniera inesauribile.
"CECILIA"
VOTO: 8.5
Il concerto vero e
proprio in realtà si è concluso con “Bridge over troubled water”, ma S&G
tornano sul palco, conseguentemente al grande clamore del pubblico che richiede
un “BIS”.
Prima di iniziare Simon
presenta al pubblico il percussionista, Jamey Haddad, grande protagonista di
questo brano insieme a Jim Keltner che viene esaltato al termine, sempre
dall’entusiasta Paul.
Ha inizio così “Cecilia”
con un ritmo che trascina anche il pubblico che batte le mani, capitanato da
Art Garfunkel e da alcuni membri della band; nel momento in cui Paul accenna la
melodia con la sua acustica, la folla esplode con un fortissimo boato,
continuando imperterrito a mantenere il ritmo sostenuto con le mani; il duo
inizia così a cantare, dapprima “passandosi la palla a vicenda” con un verso a
testa e poi tutti e due insieme.
Fin dall’epoca in cui è
nata, “Cecilia” è sempre stata in assoluto tra le più vivaci e movimentate del
loro repertorio ed ora, con questa strabiliante versione live, i musicisti
della band (in particolare Jim e Jamey) insieme a Paul e Art si sono impegnati
per tenerle appresso questo marchio, forse migliorandola nel complesso con
qualche modifica: un finale lento, semplicemente mirabolante!
"THE
BOXER" VOTO: 9.5
I nostri hanno appena
concluso “Cecilia” ed il pubblico, ancora in piedi a manifestare il proprio
consenso, riconosce un arpeggio che suona familiare. Gli applausi che andavano
scemando riacquistano vigore, è chiaro che Paul Simon sta introducendo “The
Boxer”.
Torna di nuovo alla
mente “Bridge over troubled water”, più che un album un greatest hits per il
livello dei pezzi in esso contenuti. L’arrangiamento di questa splendida
canzone risulta ancora una volta modificato: il ritmo è leggermente rallentato
e gli “attacchi” della parte vocale, volutamente ritardati rispetto alla
musica, spiazzano piacevolmente il pubblico.
Man mano che la canzone
prosegue si notano ulteriori modifiche, come ad esempio l’introduzione del
controcanto affidato a Garfunkel, che si dimostra nuovamente all’altezza di
qualsiasi parte vocale.
Rispetto alla versione
in studio, è palese la presenza di una batteria di maggior spessore,
manifestato dall’innegabile validità di Jim Keltner; è eccellente inoltre il
contributo del solito fantastico basso di Pino Palladino.
Rob Scwimmer invece, che
coglie l’occasione per dimostrare la sua versatilità, è alle prese con un
curioso strumento, un….“parente della slide”, di cui purtroppo a Cristiano non
sovviene il nome.
La folla è più volte
chiamata in causa, prima quando Simon & Garfunkel si allontanano dalle loro
postazioni per lasciare che il pubblico partecipi intonando il famoso “Lie
la lie”, che caratterizza la canzone; poi quando i nostri pronunciano due
versi che si riferiscono a New York : “…on Seventh Avenue…” e “…the
New York City winters…”, ai quali la folla risponde con un’ovazione.
Il pezzo si conclude con
il pubblico nuovamente in piedi e Simon & Garfunkel per mano, a raccogliere
gli applausi che meritano fino in fondo.
"LEAVES
THAT ARE GREEN" VOTO: 7.5
Dopo essersi accomodato
sullo sgabello, Garfunkel, quasi commosso, ringrazia il pubblico per il suo
calore, mentre Simon introduce la canzone successiva: “The last time we sang
this song in concert was…Carnegie Hall, 1967”. L’urlo del pubblico precede
i primi versi di “Leaves that are green”, intonati da Paul Simon.
Egli prosegue,
accompagnandosi con un meraviglioso arpeggio acustico, mentre Artie si
inserisce supportando ancora una volta il collega con la propria splendida
voce.
L’arrangiamento, più che
alla versione contenuta nell’album “The Sound of Silence” del 1965, è molto più
fedele a quella che compare su “The Paul Simon Songbook”, a nostro parere
pesantemente penalizzata dall’assenza di Garfunkel.
Durante questo pezzo la
band rimane nell’ombra, lasciando tutta la canzone alla sola chitarra di Paul
Simon e alle due voci.
"THE
59TH STREET BRIDGE SONG (FEELIN’ GROOVY)" VOTO: 8
Un immancabile finale è
quello di questa canzone, più semplicemente conosciuta come “Feelin’ Groovy”,
contenuta nell’album del 1967 “Parsley, Sage, Rosemary and Thyme”: un pezzo che
infonde allegria anche solamente dall’intro, eseguito naturalmente dalla fidata
chitarra di Paul Simon. Se già questa canzone era tra le più sciolte e
“leggere” del loro repertorio negli anni ’60, in quest’ultimo tour risulta più
simile a una scherzosa marcetta.
Per arrivare a questa
conclusione è sufficiente prestare attenzione agli strumenti usati all’infuori
di chitarre acustiche, percussioni e basso: un assurdo strumento a fiato
suonato da Mark Stewart, il chitarrista / violoncellista e il Theramin, una
specie di “fisarmonica a fiato” (sembra una stupidata, ma tant’è.) tra le mani
del tastierista Rob Schwimmer, che passeggia allegramente avanti e indietro per
tutto il palco.
Anche Paul & Art
sembrano divertirsi e quest’ultimo non riesce perfino a stare fermo,
continuando a schioccare le dita, tenendo il ritmo della canzone, la quale
termina con i famosi cori per cui è ricordata, che vanno sempre più
rallentando, verso la fine.
Il pubblico è
notevolmente coinvolto e si unisce ai suoi idoli cantando fin dall’inizio e
alla fine,
Garfunkel con fatica
riesce comunque a ringraziare il suo pubblico, in preda all’euforia, con un “Thank
you so much, New York City”.
ENDING
Con “Feelin’ groovy”, si
conclude definitivamente il concerto: la fine di un sogno di cui chi ne ha
fatto parte molto probabilmente mai potrà dimenticare.
Nonostante gli anni
passino per tutti, i protagonisti in questione non sono poi così tanto
cambiati: sì è vero, Simon appare più calvo, più segnato in volto, per non
parlare della sua voce, che acquistando maturità risulta decisamente più
profonda; in compenso però la sua altezza è rimasta quella di sempre, lo stesso
vale per il suo modo di essere on stage, vivace e vitale come un ragazzino.
Anche Garfunkel,
nonostante le rughe, si è sforzato di mantenersi sullo stesso modello: non ha
più cambiato lo stile nel vestire, dal lontano settembre 1981 e la pettinatura
da “Re Leone” è sempre un particolare che lo contraddistingue.
Troppo vivo era il
ricordo del “Concert in Central Park” di 23 anni prima e troppa era la
curiosità di verificare se le emozioni provate sarebbero state le stesse o
meno. E se quelle sono cambiate, indubbiamente sono accresciute!
D’altronde, moltissimi
erano i fans che aspettavano questo momento: la generazione dei “Sixties”, che
voleva riascoltare quelle canzoni che rientrano nella colonna sonora della sua
giovinezza e quelli definiti “newer fans” da Paul Simon, che non avrebbero mai
perso l’occasione di assistere ad un evento del genere per la prima volta.
Insomma, nonostante la
mancanza dei sottotitoli, che può renderne più difficile la comprensione, “Old
Friends” rappresenta un anello irrinunciabile nella catena di chi ama Simon
& Garfunkel e la musica in generale.