CHAOS AND CREATION IN THE BACKYARD (Ringhio Starr)



Se la piacevolezza superficiale è sempre stata un aspetto che ha caratterizzato gran parte del canzoniere maccartiano, nell'ultimo decennio la tendenza si è quasi invertita, dando luogo a raccolte di canzoni in cui la gradevolezza, se presente, è solo l'introduzione a composizioni maggiormente pregnanti, in modo a volte sottile, e quindi meno immediate nel loro disvelarsi e sedimentare nell'ascolatore (Flaming Pie), quando invece non forgiate a caldo con una decisa ruvidezza (Driving Rain), frastagliata dall'asprezza e dall'urgenza delle emozioni. Con Chaos and Creation In The Backyard, McCartney giunge all'apice qualitativo di questa nuova direzione, interiormente più ricca.

Off The Ground, appartenente alla categoria degli epidermicamente gradevoli, dopo tre ascolti non aveva già più nulla da offrire, quest'album comincia invece a rivelare il suo nucleo proprio al terzo ascolto: si tratta effettivamente di una qualche specie di capolavoro, caratterizzato da liriche dignitose quando non apprezzabili, e quando non proprio, in maniera estremamente umile, poetiche e commoventi - capaci spesso di raggiungere una perfetta fusione con la musica, a livello espressivo ed emotivo. L'album è maturo, con canzoni qualche volta meditabonde e a volte un po' tenebrose, come la riflessione sulla precarietà umana e sui limiti del libero arbitrio di At The Mercy, che si risolvono comunque nell'incrollabile ottimismo maccartiano - che qui però sembra dispiegarsi con maggior spessore umano, percettibile in una voce sensibile, a volte dolente nel suo percorso verso la solarità.

In vari momenti McCartney sembra ritrovare pienamente la sua vena melodica. L'album non ha un singolo pezzo realmente inconsistente, per quanto sia comunque facile individuare l'anello debole nel pop ben fatto, ma un po' scontato, di Follow Me - anche i più lunghi e ripetitivi, come Riding To Vanity Fair, in cui McCartney esplora pienamente emozioni la cui espressione lo trovava solitamente abbastanza reticente, hanno un loro fascino, uno spessore riflessivo e una compiutezza compositiva influenzate dal fondamentale contributo di Nigel Godrich, come pungolatore critico della creatività di McCartney, e dalle su vesti sonore, come produttore e tecnico del suono.

L'album non mostra reali punti di contatto con McCartney del '70, a cui è stato paragonato, conserva infatti ben poco della rustica, grezza, solitaria intimità di quell'album, e nulla della sua pigra, rilassata frammentazione e incompiutezza compositiva - qui la produzione è infatti curata, levigata, pulita, nitida e con incursioni arricchenti di archi, ottoni e altri strumenti (come il flauto armeno, duduk, usato in Jenny Wren) - ovviamente non suonati da Paul. Anche Jason Falkner (ex-Jellyfish), nonchè Abe Laboriel e Rusty Anderson (componenti del suo attuale gruppo live) appaiono en passant in un paio di brani - ma la quasi totalità delle esecuzioni strumentali è autarchica.

Questo è il disco che sancisce definitivamente il valore di McCartney come musicista e autore solista e non come fortunato superstite di un importante gruppo degli anni '60. Non mi stupirei se la critica lo preferirà. o lo accosterà, agli altri album di Paul che hanno goduto di accoglienze critiche positive - da Band On The Run a Flaming Pie. Non sfigura nemmeno affiancato alle opere del suo vecchio gruppo. E non s'intendono gli Wings.