DIARIO DI VIAGGIO DI
LADY ROCK, MELTEA & ALYLOVESPAUL
GIOVEDI’ 26 AGOSTO 2004
Dopo viaggio estenuante, con partenza di casa alle quattro
del mattino, aereo alle sette, due cambi di treno scomodo e costosissimo,
arriviamo a Liverpool Lime Street Station. Andiamo all’Adelphi Hotel prendere
un programma e a mollare le valigie nella nostra casetta dello studente, che è
a due passi ma in salita. Alle tre del pomeriggio siamo già nel Cavern Quarter,
subito ribattezzato Beatleslandia da Mel e Aly.
Entriamo nel Caver Pub, dove sta suonando il mio vecchio
amico HAL
BRUCE, canadese, quarant’anni e passa a
suonare i Beatles per passione, di cui conosce letteralmente ogni brano a
memoria, tanto da essere in grado di esaudire qualsiasi richiesta da parte del
pubblico che infatti se ne approfitta. L’uomo juke-box mi vede, mi saluta, mi
dedica – this is for Jude – “I’ll be back”, e prosegue il concerto.
Intanto io prendo “I will...”, il suo album nuovo, e una pinta di Guinness,
la prima di tante. Finalmente felici e nel nostro elemento, brindiamo. Il locale
incomincia a riempirsi, mentre Hal stupisce tutti i non abituali con il suo
perfetto crescendo di “A day in the life” per chitarra e basta. Andiamo a
salutarlo quando alle cinque sbaracca per lasciare posto agli austriaci BBCtles.
Questi suonano, come prevedibile, esclusivamente canzoni dal “Live at the
BBC”. Non li avevo mai sentiti, ma sono energetici e vanno giù bene il primo
giorno. Poi,
alle sei, JOHNNY
SILVER AND THE LOST WEEKEND. Come
gli anni scorsi Johnny si scorda le parole, inventa, fa il buffone, il tutto con
la cicca in bocca – come il vero Johnny. A un certo punto, il tedesco intona
“Woman”. Una delle canzoni d’amore più belle della storia, cantata con
struggimento da uno che appare e canta e si atteggia così simile all’autore
originale. Fortuna che eravamo in tre, in grado di sorreggerci reciprocamente
fra le lacrime commosse. Siamo già al mio primo pianto e la settimana è
cominciata da neanche quattro ore. Cominciamo
bene.
Alle sette schizziamo home a prendere i panini furbamente
lasciati in frigo, poi di nuovo un quarto d’ora giù fino a Beatleslandia ed
entriamo – stavolta – nell’unico, solo, mitico, soffocante Cavern Club.
Qua suonano già altri tedeschi, tali Lucy In The Sky. Questi rielaborano molto,
ma sono a tali livelli strumentali che se lo possono permettere, senza contare
che sono degli urlatori pazzeschi. Bisogna ricordarsi di questi qui. Poi
sarebbero dovuti salire sul palco tali The Beatles Revival, che però per un
motivo o per l’altro non poterono presentarsi. Si rimediò chiamando su vari
ed eventuali esponenti del pubblico a rendersi ridicoli senza alcuna base
musicale sotto, come ad esempio QUESTI DUE BRILLISSIMI NORDICI che strillano “Maybe I’m amazed”.
Unico aiuto, se così si può definire, veniva da parte di STEVE – presentatore tuttofare
incaricato degli affari del club – il quale faceva le coreografie mimate di
tutte le parole delle canzoni. Metodo di ballo che poi io e la Meltea adottammo
per tutta la settimana, fra parentesi. (quell’uomo è
geniale: vi sfido a mimare “It’s been a hard day’s night and I’ve been
working like a dog” con più efficacia… poi… complimenti per le
magliette!) Poi finalmente le dieci, ora dei BRITISH
EXPORT, uno dei gruppi migliori del
festival e del mondo, tutti di Chicago escluso Gavin Pring detto Gav – un
George con marchio di fabbrica Liverpool, dove i locali lo additano con affetto
ed orgoglio (da sinistra: Davey Justice detto Paul Ebete, guardatelo bene in
faccia e capirete perchè, Jim aka il simpatico e nasuto Ringo, Gav meglio noto
come il bello il divino il sommo, e James Paul ovvero il John gigante e dolcioso
che con quel nome dovrebbe fare Paul e l’anno scorso infatto lo faceva e lo
faceva pure da dio – vai a capire questi inopportuni scambi di ruolo). Dite
grazie alla Mel per aver reperito la bellissima foto di repertorio. Undici, MERSEY
BEATLES – più locali di così.
Frizzanti, ballabili, simpaticissimi, si riconfermano un gruppo da vedere. LUCY
IN THE SKY di nuovo e poi i Brazilian
Blackbird – come se non li avessimo visti questi ultimi, essendosi ormai fatta
l’una eravamo in piedi da quasi ventiquattr’ore filate. Uscite dal club ci
imbattemmo in Nando, batterista dei braziliani Mad Dogs, grande amico mio che mi
spiega per filo e per segno la scaletta dei loro concerti e io assicurai che ci
saremmo andate (povero Ferdy l’ho illuso, in realtà non ce l’abbiamo
proprio fatta). Quindi, stanche ma raggianti, tornammo al quartier generale.
Fortuna che eravamo raggianti noi, perchè ci piovve addosso fin sotto casa. Poi
ha smesso subito. Dannato clima britannico. (See…
immaginatevi la scena: la qui presente Mel senza lenti a contatto, Aly sorda a
causa degli amplificatori e la povera mia sorellina sia sorda che zuppa di
pioggia – occhiali compresi… è proprio vero, a Liverpool qualcuno guarda
dall’alto i beatlesiani e li protegge… altrimenti come ti spieghi che siamo
tornate sane e salve?!?)
VENERDI’ 27 AGOSTO 2004
Alzata di prima mattina, alle undici fuori di casa, con
meta The Beatles Story all’Albert Dock. Con mio grande orgoglio la cartina fu
totalmente inutile, ormai le viuzze del centro le conoscevo come le mie tasche.
Vedemmo il museo, decisamente allargato da quando l’avevo visto io tre o
quattro anni fa non mi ricordo, ma sempre bellissimo. (Per
me ed Aly invece era la prima volta, stupefacente quanto sia fatto bene, curato,
ambientazioni ricreate coi minimi particolari, belle foto, ottimo shop…)
Pianoforte bianco con sottofondo di “Imagine”, secondo pianto della
settimana d’obbligo. (era lì davanti a noi il bel
Steinway… ed era come se lo vedessimo, lui là, seduto… mi sentivo un grosso
peso sul petto… capite cosa intendo, vero?) Mi sono rabbiosamente
ripresa quando ho notato che qualche bastardo aveva osato appiccicare una cicca
sul retro della statuetta in bronzo di John che cammina con le mani in tasca.
Appena uscite segnalai lo scempio, che fu accolto con incredulità ed orrore (e
mi sembra il minimo!) da un addetto che mi disse che ci avrebbe pensato
subito.
Un rapido giro al negozio della mostra, dove strano ma
vero non comprai niente per via dei troppi pochi soldi dietro, quindi via verso
il Rawhide Comedy Club – una specie di teatro convertito in cabaret, ma con
ancora in giro annessi e connessi come l’organo ad esempio. Sentimmo
l’ultima canzone di Johnny Silver, che apriva il concertone di benvenuto
ufficiale al festival, e ci sedemmo con le nostre pinte (pinte vere, non come da
noi che ti danno tre quarti di schiuma e se possono annaquano anche) per sentire
i PARROTS, dei giapponesi che incredibile ma
vero spaccavano proprio, il cui George era un piccolino carinissimo di nome
Akiahiro (quello a destra). Poi ci apparve, elegante come sempre, NEIL – come dire il mastro cerimoniere
di tutta la manifestazione. Senza di lui e senza il suo brillante umorismo
scouse non sarebbe la stessa cosa. Ci presentò gli AUSTRALIAN
BETALES.
Per un attimo sperai che fossero semplicemente gli Australian Beatals con un
errore di stampa nel programma, il gruppo del bello e bravo Max, invece no,
perchè Max e compagnia erano fino a nuovo ordine intrappolati come gruppo di
casa alla filiale aperta dal Cavern Club in Adelaide. Questi qui non erano male
ma non erano neanche particolarmente entusiasmanti, tecnicamente abili ma privi
di carica vitale e comunicazione col pubblico, non so non mi hanno convinta. Però
mi piacevano le divise e la chitarra del tipo con piccina picciò che nella foto
neanche si vede la firma di John. La voglia di comunicare col pubblico invece
non mancava agli storici veterani brasileiri CLUBE
BIG BEATLES,
come potete vedere. Il percussionista folle edu fece puranco una polaroid epica
a Mel ed Aly.
Tornate a Beatleslandia inaugurammo tutta una serie di
pellegrinaggi più che giornalieri alla STATUA
DI JOHN In Matew Street. Da sinistra la
cara Alylovespaul, la mia sorellina Meltea, e la vostra Roretta preferita è
quella più a destra, con occhiali e cappello e pantaloni rosa chiaro frutto di
un lavaggio misto piuttosto imprudente (Notare come, in
barba a tacchi, arrampicamenti ed affini, nessuna di noi è arrivata occhi negli
occhi con la suddetta statua – Johnny boy, ma quanto diavolo sei alto???).
Al braccio potete vedermi il mitico braccialettino dorato che ci serviva da pass
per tutti i concerti. Discendemmo nel pub, dove fummo piacevolmente sorprese da
un gruppo tutto femminile. Le brasiliane AKUSTICA, a differenza delle dilettanti che
siamo abituate a sentire a Brescia, miscelavano canzoni dei Beatles con ritmi
latini con una maestria formidabile. Figuratevi che siamo scese senza timore
proprio perchè io sentendo la voce che veniva su dalle scale cantando “We can
work it out” ho detto alle altre, tranquille devono aver cambiato scaletta la
voce è troppo perfetta per essere di una donna. Le ultime parole famose. Poi i
Brazilian Blackbird – ancora brasiliani, che ci volete fare, laggiù i Beatles
tirano, non ci scordiamo che Paul ancora detiene il record per il concerto a
pagamento più grande mai fatto con le 184.000 persone di Rio de Janeiro. Senza
contare che questi la musica ce l’hanno nel sangue. Infatti, pure questi erano
perfetti, come eravamo troppo morte per notare ieri sera.
Corsa vicino a casa per il Royal Court Theatre, dove alle
otto si teneva il concertone US Invasion Part 1. Suonarono The Fab Five, Me
& My Monkey, e lo spettacolare Tim Piper. Un Lennon impersonator – ce ne
erano diversi, uno più bravo dell’altro. Intanto scorrevano in sottofondo
bellissime diapositive di John, che ho tentato di fotografare ma sono venute un
po’ sullo scuro andante. Questa però è tanto tenera e ve la voglio far
vedere comunque, di JOHN
& SEAN.
Andammo all’Adelphi a tirare mattina. Qui placcammo il
capellone dalla maglia arancione che fa pure rima, tastierista e chitarrista di
Johnny Silver, che si chiama Mike credo. Questa è la bella cosa di una
manifestazione colossale come questa – incontrate qualcuno, parlate per ore di
ogni argomento possibile, diventate amiconi, e nel casino della gente e della
musica non saprete mai come si chiama l’altro. Prima di lui eravamo state
placcate a nostra volta da un’uomo incredibile di cui mi dispiace solo non
aver la foto – fingeva di essere il batterista dei Norwegian Beatless ma in
realtà era Patrick Ray “da Teeeeran a Montecarlo” Pugliese in incognito (AH!
Quale orror! Il biondo patrick che tenta l’abbordaggio delle tre ignare… si
salvi chi può!!!). A mezzanotte tornammo a sentire l’amico canadese,
cui chiesi di suonare “For no one”. Nonostante siano due anni che glie la
chiedo ad ogni concerto, lui continua a sorridere beato e a suonarmela. L’ha
perfino messa sul cd nuovo tutta per me. Cd che fra l’altro mettono sempre al
Cavern Club fra un gruppo e l’altro – e mi sono accorta che non era
un’originale solo per la scaletta, certe volte è proprio identico. (vero,
dopo che our Roretta l’ha doppiato alla sottoscritta ho provato
“l’esperimento genitore” sottoponendo mia madre all’ascolto… mi fa
“ma i dischi dei Beatles non li avevi portati tutti via da casa???” –
cascata in pieno!) All’una ci trasferimmo nel lounge, dove stava avendo
luogo una speciale riedizione del Bed In per la pace di John e Yoko. Fra
happening, canzoni lasciate a metà, battutine e tante tante risate, queste
furono ore memorabili. Soprattutto perchè ci hanno regalato uno SCATTO
IMBARAZZANTE
come questo, quando il povero Neil stava sistemando gli accordi sul leggio e si
è come dire ribaltato sul letto in una posizione assai compromettente (Neil,
non hai più scampo, con questa foto sei in mano nostra… Buahahahahah!).
Gran finalone con tutti dico tutti sul letto stesso, impilati l’uno
sull’altro, a cantare “Give peace a chance”. Io purtroppo avevo perso la
voce già ieri con un urlo mal calibrato, quindi potete immaginarmi. La Mel ha
una registrazione sul cellulare di me che la canto, versione gallina travestita
strozzata con raucedine. Se mi fa avere il file, ve la farò sentire, perchè
mette di buon umore – anzi no, fa proprio pisciare dal ridere. (miii…che
darei per poterla riversare, è uno spettacolo, Mariah Carey non è niente in
confronto! Pazientate ancora un po’, gente, la vecchia Meltea ce la farà in
un modo o nell’altro…) Alle tre tornammo all’American Bar, dove
stavano tirando oltre la scaletta programmata e consentita Hal e Jim (il Ringo
dei British Export) e GAV – stavolta in borghese, tirato
via dal bancone dove stava tentando di rilassarsi nella sua maglietta di Buddha.
Gav ci regalò uno dei suoi classici momenti magici – quello in cui varia
l’ultima strofa di “Here comes the sun” affinchè dica “little darlings,
our tears descend into the river, but don’t worry, the quiet one lives in our
hearts forever”. Manco a dirlo, terzo pianto della settimana. Seguirono foto
con il bel buddista, che non vi faccio vedere perchè sebbene lui sia radioso
come sempre io ad esempio ero inguardabile per l’emozione – vabbè. Di buono
c’era solo che in confronto a lui, britannico del nord doc, io sembro
abbronzata come un biscottino.
SABATO 28 AGOSTO 2004
Dopo un giro d’obbligo fra i maggiori negozi di
beatlesianità, io mi ricordai che avevo intenzione di chiedere informazioni su
un oggetto da cartolina turistica che mi ispirava grande curiosità – la
statua del superagnello banana. Chiesi ad una signora all’Albert Dock se
sapesse dov’era e che cosa significava e lei, punta nell’orgoglio cittadino,
disse che si trovava giusto girato l’angolo dopo la statua del sottomarino e
che rappresentava la potenza navale di Liverpool (arrivavano a questo
fondamentale porto, infatti, i carichi di banane dai Caraibi e di carne
d’agnello dalla Nuova Zelanda per essere distribuiti poi in tutta
l’Inghilterra). Andammo a certcarlo e quindi signore e signori ecco a voi, in
tutto il suo spendore, THE SUPERLAMB BANANA STATUE!!!(Il mio amico Joe
sostiene che in quel di Liddypool, dopo il Superlamb ed il Cavallo Di Spaghetti
in centro, manca solo la statua dell’Omino Di Marzapane… che dite gente…
facciamo una petizione?
![]()
Mangiammo con calma (dopo tre anni finalmente niente più
digiuno – abbiamo scoperto questo posto meraviglioso dove ad esempio cinque
dico cinque bomboloni alla marmellata di fragole fatta in casa ricoperti di
lussurioso zucchero, venivano una sterlina e cinque penny (CIAMBEEELLLEEE!!!
Non nego che mi sentivo molto Homer Simpson…) e poi ci dirigemmo al
Pub, dove suonavano i PRELLIES, detti i Salterelli per come
scambiavano il palco per un tappetino elastico. Questo gruppo tedesco
specializzato nel periodo amburghese l’avevo già apprezzato l’anno scorso,
quand’erano riusciti nell’impresa di farci ballare il sesto giorno, ovvero
quando in teoria sono tutti in coma (avevano persino lanciato una gara regalando
cereali e snacks assortiti a chi si scatenava di più – io ad un certo punto
vinsi un cartone di crema alla vaniglia per esempio). Poi ci furono i Beatalls
UK, che non mi ricordo per niente, ed i GREEN
VILLAGE, gruppo svedese di bimbetti niente
male, molto bravi, questo è quello che noi chiamavamo affettuosamente Baby per
esempio. Peccato per il batterista che sembrava fuggito dagli Hanson però (eh,
be’…considerato il muso perenne che aveva…forse lo hanno cacciato:-).
Con loro feci una figuraccia assurda, per rinfoltire la mia collezione di
scalette sottrassi la loro prima che avessero finito – la colpa è loro però,
scrivono incomprensibile e poi io come faccio a capire a che punto sono? Poi i
BBCtles, che come l’altro ieri e come quasi tutti i gruppi di oggi suonarono
fra le altre cose “Slow Down” – ormai il tormentone era ufficiale (e
qui siamo diventate ufficialmente le cubiste del cavern, ballato dalle 15 alle
18…se ci penso, da gatta pigra e perennemente assonnata quale sono, ancora non
ci credo). A questo punto eravamo talmente rintronate da musica e birra
che, all’entrata di un giapponese a caso nel locale, ci si fiondò su di lui
convinte che fosse il bell’Akiahiro dei Parrots quando in realtà non
c’entrava niente. Non mostro la foto perchè è orrida, però era molto
divertente la cosa, dopo che se ne fu andato incominciammo a chiederci se
veramente fosse stato lui e quando concordammo di no fu tutt’un ridere su
quanto eravamo sceme.
Ancora ridendo per la storia del giapponese, che chissà
quanto si deve essere sentito bello con tutte queste attenzioni, mangiammo i
nostri panini dirette al Court per la US invasion part 2. Suonarono prima appena
mezz’ora i bravissimi Fab Four, un gruppo nuovo da tenere d’occhio, che
esaltava grandi e PICCINI, (alla faccia dell’articolo di
Repubblica che tempo fa descrisse il festival come un “ritrovi per
settantenni”). Quindi un breve interludio del grande Lennon impersonator MARK STAYCER DI BIANCO VESTITO. (sta per
suonare. Dice che prima del pezzo vuole dire due parole su come sia bello il
fatto che qui, in questa città per una settimana sia confluita gente da tutto
il mondo, come tutti insieme, uniti dalla passione per i Beatles, siamo
veramente “as one”, come avrebbe voluto John. Non è morto invano se siamo
tutti qui, dice Stacyer e mi vengono i brividi. Guardo la Jude ed è in lacrime)
(quarto pianto della settimana). (John ci guarda da lassù
e probabilmente sorride). un’ultimo numero strappapplausi pei i FAB
FOUR e poi – dopo tre giorni di musica
divina – la catastrofe chiamata 1964 the Tribute. Questi fecero la consueta
ora che per la prima volta sembrò durare un’eternità, a tal punto erano
terrificanti. Vecchietti che, inconsci del buon gusto comune, si strizzavano in
minuscoli completi Pierre Cardin, scuotevano testoloni con parruccacce zazzerute
e saltellavano come ventenni ubriachi (forse il giornalista di Repubblica aveva
visto solo questi, e si era sconfortato, potrei capirlo). Agghiacciante, e dire
che li considerano fra i migliori. Noi eravamo talmente depresse che neanche
ballavamo, e fu a quel punto che arrivò il colpo di grazia: un uomo di spiccata
intelligenza che mi si fece incontro e mi chiese perchè non mi scatenavo, al
che io risposi che non mi piaceva il gruppo. Lui mi guardò attentamente, scrutò
il mio cappello lennoniano, la mia maglietta beatlesiana, il mio bracciale della
week al polso, la mia borsa di the making of a hard day’s night – e mi
chiese, ma allora se non ti piacciono i Beatles tu che tipo di musica ascolti?
Clou comico della settimana (due cose al mondo sono
infinite: l’universo e la stupidità umana, ma sull’universo ho ancora dei
dubbi - A. Einstein). Fortuna che a tirarmi su c’erano i favolosi TATUAGGI di questa simpatica signora.
E poi Adelphi come al solito – inconsciamente facevamo
più o meno gli stessi itinerari ogni giorno, era più facile in questa maniera.
Questa era la serata dell’Alice che, dopo tutti ‘sti cloni di George e John,
cominciava a smaniare perchè non c’era par condicio e voleva qualcuno di un
po’ più maccartiano. Fu accontenta. Lawrence Gilmour, reo di aver suonato e
jammato allegramente con il Sir in persona e di assomigliarci in maniera
preoccupante, era all’American Bar a suonare col bel figlioletto (Clark o
Clarkus non ho capito bene, spero tanto per lui Clark però). Soprattutto reo di
aver fatto, ai tempi dell’incontro con Paul, la seguente gaffe: Paul gli
chiese, allora dimmi cosa potremmo suonare, e lui confuso dall’esaltazione
rispose, la conosci “Little willow”? Reo infine di suonare con un basso
toccato dal nostro, che in questa foto con ME
& I GILMOUR(scusate
la faccia idiota, è l’emozione) è tranciatissima ma fidatevi c’è l’ho
toccata la stavo tenendo in braccio riverentemente (ho chiesto al ragazzo se
potevo tenerla per la foto e lui disse timorosissimo che dovevamo chiedere al
padre che ci teneva tantissimo e poi era incrinato il manico quindi era molto
fragile e lui non sapeva se era il caso, ma per fortuna il bravo e buono padre
disse di si). Però li si può perdonare di tutti questi crimini per la grande
bravura, e per i momenti emozionanti come quello di padre e figlio che cantano
insieme “Put it there”. Uscendo dal bar vidi Gav, lo chiamai George senza
pensarci, e lui si voltò subito e con una tale naturalezza da fare paura. Egli
ci chiese dove stavamo andando che lui suonava fra dieci minuti. Questo non ci
risultava, ma per essere sicure andammo a chiedere a Hal, che smentì dicendo
che avrebbe suonato con lui fra un’oretta o due (e fu
allora che, secondo la concezione berçoniana del tempo, fu istituita una nuova
unità di misura: il minuto di Gav). Continuò l’impronta paoliniana
dell’ormai mattina quando le portai a sentire Bob Bartey & Banned On The
Run al Fridays Bar. Suonarono “Put it there” anche loro, ma non solo. Verso
la fine videro bene di intonare, acusticamente e con voce ispirata, “Here
Today”. Lucciconi per l’Alice, lacrime silenziose da parte di Mel,
singhiozzi incontrollabili da parte mia – il mio quinto pianto della settimana
finì in abbracci, finchè non si fu sicuri che stessi bene. Tornammo poi
all’American. Qui Hal suonava, accompagnato variamente da Gav alle percussioni
o al canto da lui e Paul Ebete. Ci fu un momento di grande tensione cosmica
quando, armato di cucchiai rubati al bar, l’amico Patrick si avvicinò alle
batterie di Scott Ferguson (l’unico supporrto alla one-man band di Hal, (altrimenti
detto “l’uomo paziente” a causa del seguente aneddoto) e incominciò
a fare l’inopportuno. Per un po’ Scott lo lasciò fare, ma dopo dieci
minuti, giustamente indispettito, gli fece un signorilissimo e pacato discorso
su come avrebbe molto gradito se si fosse gentilmente levato dai piedi. Più
tardi ancora Hal si mise a chiamare attorno a lui tutti i musici che capitavano
per caso nel bar, fra gli altri Baby & Hanson dei Green Village e tutti e
quattro i Repeatles – uno show storico che rimarrà annoverato dai posteri,
quasi schiacciati da tutta quella gente, come il HAL
BRUCE & FRIENDS.
Durante questo spettacolo memorabile Paul Ebete e relativa ragazza ci versanono
pure la birra addosso, sempre sorriendo intontitamente come al solito. Rimanemmo
oltre la fine di tutto, verso le ormai quattro o cinque, a parlare con gli
artisti. Intanto guardavamo GAV
ALLA BATTERIA,
scoprendo che non era affatto male – pare, si svela adesso, che la sua
carriera fosse iniziata dietro a tale strumento. Che uomo virtuoso. Infine però
non ce la facevamo più e comunque ci stavano sbattendo fuori, quindi tornammo
all’alberghetto.
(Ecco, riguardo a Paul Ebete e la Ebete
Girl c’è un’altra scenetta che ha dell’assurdo: ce lo troviamo di fronte
alla porta dell’albergo – perché soggiorna nel nostro stesso loco – tutto
bello splendente – ed a bocca aperta – mormora qualcosa alla sua compare,
poi apre l’uscio con la cartina magnetica, di quelle, sapete, che non fungono
mai. Ascoltatolo, io e Roretta ci mettiamo a ridere come porcelli, segue la Aly,
dopo che le spieghiamo: mentre brandiva la card magnetica, le parole del
valoroso erano state “I Got The Magic Key!”… - e così nacque uno degli
svariati tormentoni del viaggio!)
DOMENICA 29 AGOSTO 2004
The Best Things In Life Are Free, sì,
forse, ma… per adesso give us mon y – e ce ne vorrebbero veramente tanti,
devi sempre tenere a freno la mano qua a Liverpool o rischi di perderti nei
negozi di merchandise, gli stupendi negozi di merchandise dove trovi tutto.
Tutto quel che avreste voluto trovare sui Beatles, ma non avete mai osato
chiedere (in Italia). C’è da andare fuori di testa, davvero!
Personalmente, la sottoscritta confessa di aver lasciato
il cuore (ed un bel po’ di sterline) a Mattew Street quella mattina: più
precisamente nella stanzetta sotto elevata rispetto al manto stradale
all’interno della zona confidenzialmente denominata “Beatleslandia”. Ecco:
questo è il primo dei vari shop pullulante di borse, gadgets, poster (per non
parlare, ragazze mie, degli slip con scritto sopra “I’ve slept with John
Lennon/Paul McCartney/George Harrison/Ringo Starr”). Se vi avventurerete alla
prossima Beatles Week è molto probabile che, sulla strada del Cavern, vi venga
la forte tentazione, quasi un raptus irrefrenabile, di fermarvisi ogni volta.
No, non vi preoccupate,è normale, lo si deve fare! (sì, quella mattina ce li
facemmo più o meno tutti i mitici negozietti: quello di cui vi ho appena
parlato, quello giù al molo sul Mersey nonché quello nel centro commerciale.
Riuscite a immaginarvi quanto ci rimaneva in tasca? Be’… chissenefrega, per
loro questo ed altro!).
Ed eccoci qua, pranzo veloce, programma alla mano (perché
senza programma, lasciatevelo dire, è impossibile godersi a pieno ogni
manifestazione della settimana) pronte e scattanti per correre all’Adelphi
Hotel, il mega albergo a cinque stelle dove si suona dalla sera al mattino, dove
suoneranno i Blackbird, i Green Village ed I British Export. Entro e… dio mio!
Non è possibile, non-è-umanamente-possibile, come tenersi ancora a freno? Come
sperare di riportare almeno un penny giù in patria? (il fatto è, vedete, che
oggi nel bel mezzo del corridoio principale dell’hotel è disteso un immenso,
ENORME mercatino. Libri, poster, viniiiilliiii…) (ah…
Convention Day!!!)
Basta,
siamo venuti per i concerti e là ci recheremo. Ecco la saletta (quella giusta, un attimo prima
abbiamo quasi rischiato di sentire Roland Keyboard – aka Giambelli)
ed ecco un altro gruppo di cui forse sentiremo parlare, I Green Village, tre
biondini direttamente dalla terra degli ABBA (!), la Svezia, bravi nel coverare
i quattro di Liverpool ed altrettanto bravi nel comporre pezzi propri (ascoltare
il CD per credere). Il loro tempo purtroppo è limitato, sono alla prima
esperienza qua alla Beatleweek ed hanno pochi pezzi in scaletta. Qualcosa mi
dice però che torneranno. Vedrete.
E dal freddo Nord Europa è la volta di passare al caldo
e ritmato Sud America (sorellina
li avevi invertiti, sai?) : ecco i Blackbird vestiti con
le loro magliettine nere che hanno portato da oltre oceano (sono brasiliani).
Esecuzioni perfette, bravi il chitarrista THIAGO ed il tastierista
Flavio, tenerissima la… MASCOTTE del gruppo, una
piccola peste di neanche un anno (figlio dell’altro chitarrista) che conosce i
pezzi a memoria e muove le manine con la batteria (è uno spettacolo vederlo
mentre la band suona Live And Let Die – be’, se il buongiorno si vede dal
mattino quel frugoletto farà strada!). Finiscono e ci prendiamo la scaletta.
Bravi, bravi, bravi. (altro scatto dolcioso da
condividere: l’ennesima “SETTANTENNE” incontrata alla Beatleweek, non
è carina???) (acquisito il cd dei Green Village ci catapultiamo in migrazione
strategica verso la sala grande, dove il sommo gav avrebbe dato mostra di sè
con la cover band George Harry’s Son – il che prova la nostra teoria, sono
parenti, un figlio o nipotino mai riconosciuto, non si può mai sapere. Un’ora
di tributo impeccabile, non fosse per un minuscolo particolare: al ragazzuolo
viene la malsana idea di dedicare a un “great man who’s no longer with us”
“Isn’t it a pity”. Ma non come finalone epico, come niente fosse a metà
del concerto – la seconda metà io non la vidi affatto, ottenebrata com’ero
dalla lacrima che mi pendea sul ciglio tanto per voler essere leopardiani. Sesto
pianto della settimana, punto al guinness – anche una guinness mi basta però,
ci si annegano tutti i dolori.) (sempre nel salone ci attendono i clube big
beatles. Lo show è carico d’energia come sempre, Edu manovra due bellissime
marionette di John e Yoko e questa la fa pure volare come una streghetta sulla
scopa, è scemo come giochino però è divertente. Per ogni canzone hanno un
cartello enorme con stamoata una foto inerente, ad esempio il maharishi per
“Sexy Sadie”. Quando cantano “Julia” e tiano fuori il posterone di
Johnny piccino picciò con la mamma Ale e Mel si sbracciano per indicarmi, lei
lei si chiama Julia strillano. Edu mi vede, ammicca, allunga il cartello. Una
ragazzina in prima fila, neanche tredici anni in minigonna inesistente, lo
afferra. Che carina me lo vuole passare, penso io ingenua. No se lo tiene. Poi
quando passano il poster dell’amichetta di Julian che aveva ispirato “Lucy
in the sky with diamonds” intercetta pure quello. Vabbè le parlerò alla
fine. Pacata, ragionevole, conciliante le spiego che quella foto per me ha un
particolare significato affettivo, che è qualcosa di speciale chiamarsi come la
madre di John, che guarda ci tengo talmente tanto che sono pure disposta a darti
in cambio la maglietta del gruppo che mi hanno lanciato, tanto tu di due
cartelli che te ne fai. Il padre guarda adorante la figliola dicendo che doveva
decidere lei amore, e lei decise picche perchè la foto di John la voleva lei.
Il pensiero di cedermi Lucy come indennizzo morale non l’ha sfiorata neanche
– spoiled brat). (tornammo nella saletta piccina della Crosby Suite) ed
eccoli qua, loro, gli unici, i soli British Export, una cover band quasi
perfetta nella quale spicca la bravura, la bellezza, la somiglianza e la
professionalità di un ventisetenne di nome Gavin Pring. (Tanto anche se lo
chiami George si volta lo stesso – e se lo vedete dal vivo capirete perché
– devono essere in molti a chiamarlo George, viene spontaneo). È l’unico
membro della band ad essere nativo di Liverpool, uno scouse puro (gli altri sono
di Chicago) che non fatica a riprodurre l’accento di George perché oltretutto
ha anche il timbro di voce molto simile. (Ho detto “simile”? identico è la
parola giusta!).
La scaletta dei British va all’incirca dal periodo
“With The Beatles” fino ad “Help!”, i quattro sanno stabilire un
contatto col pubblico invidiabile, sono affiatati, Jim Martin è un Ringo… per
tutte le stagioni, JAMES
PAUL (notare il nome –
l’anno scorso difatti era lui nella parte del Macca) Lynch è un John
tecnicamente perfetto... devo proprio parlare di Davey Justice? be’... ve
l’ho detto che il gruppo è quasi perfetto.
(messaggio semi-subliminale: visitate il
sito www.our-gav.com e non ve ne
pentirete. Parola.) (dopo lo show andai a far vedere a
GAV la nuova spillona, orgoglio della collezione della mia giacca: I’ve slept
with George Harrison, diceva. Gliela indico e gli dico, come non ti ricordi. E
lui, no mi spiace credo di no mi sa che ero troppo stanco – questo è quanto
è immedesimato quell’individuo!!!)
Ed eccoci nel Royal Theatre, ovviamente in
prima fila.
(in prima fila si, ma era sempre l’adelphi, tornate di nuovo nel salone grande
– visto cosa succede, a stare senza programma? Ci si confonde…) Oh!
Sorpresa sorpresa! Dopo che Mark ha cantato Imagine guarda te chi è entrato sul
palco?! Lawrence Glimour, IL NOSTRO PAULIE (come appariva all’incirca negli anni
’80 fine ’90). Duettone in vista, e duettone avremo: i due cantano insieme I
Got a feeling servendosi anche dell’accompagnamento alle tastiere di James
Paul Lynch. Poi Lawrence annuncia un amico, dice che è uno “shy guy, A
QUIET MAN” e lì…fremito
generale mentre Gavin Pring fa la sua entrata con una lunga tonaca marrone che
gli arriva fin sotto i ginocchi. Gli occhi azzurrissimi gli sorridono. Canta Here Comes The Sun. Chiudi gli occhi e vedi George.
Chi manca, chi manca, chi mancherà?!? Trasportato in
avanti nel tempo di una quarantina d’anni (era stato un Ringo anni ’60 fino
a poco fa quando aveva suonato coi British Export), ecco che entra Jim Martin,
Ringo versione PHOTOGRAPH (ed è proprio
Photograph il pezzo che si accinge a cantare). Finisce, guardiamo il palco ed…
eccoli qua: John, Paul, George e Ringo. Di nuovo insieme.
(avrei avuto delle foto se fossero stati sul palco un
attimino di più… credetemi, abbiamo fatto di tutto per averle, di tutto). (dopo lo spettacolo tentammo di
beccarli tutti insieme, davvero. Gav ci chiami Jim Mark e Lawrence, certo e
sparisce. Jim ci chiami Gav Mark e Lawrence, come no e si dilegua. Mark ci
chiami Gav Jim e Lawrence, certo e si dimentica. Lawrence ci chiami Gav Jim e
Mark, non c’è problema e viene inghiottito dalla folla. Uno psicodramma.)
Andiamo a prendere da bere e vaghiamo un po’ senza meta
per l’albergo. A mezzanotte vigliamo essere il più possibile lontane dalla
sala principale dove suonano i nostri amici 1964 – si salvi chi può da Paul
Palla! Accasciate mezze morte su un paio di poltrone dell’ormai scombro lounge
ci fermiamo a fare quattro chiacchere con Johnny Silver. In questa foto di JOHNNY
& MEL potete vedere l’uomo in tutta la
sua sconcertante somiglianza con l’originale. Questo fu il giorno in qui gli
intimai di non fare il finto tonto, che avevamo capito tutto, che non era
tedesco. Provò di esserlo sul serio parlando germanico ma questo non vuol dire
niente – regalino amburghese del nostro, che dite? Con lui disquisimmo in
merito ai matusa in completini cardin e zazzeroni, e il fascinoso quarantenne
disse che lui avrebbe avuto troppo rispetto di sè stesso per mettersi a fare
una cosa del genere. Parlammo un po’ del fatto che si scordava le canzoni, e
gli dicemmo di non preoccuparsi che al Beatles Day c’era gente che riusciva a
sbagliare “Love me do” col testo davanti. Uomo simpatico.
Tornammo in salone, vedemmo Bob Bartey e i Mersey Beatles
– che sembrano tanti piccoli e teneri hobbit fino a quando non ti staccano i
timpani urlando alla perfezione I’ve got blister on my fingeeeeeeeeeeeers!!!
Frego anche il loro programma, la collezione cresce – è la seconda volta che
scrivono “Hello Goodbuy” con la u, hanno qualche problema poveretti.
Concludiamo con un Hal Bruce live –
che non fa mai male – (dio benedica
l’American Bar, il bar senza regole dove si finisce quando gira a Hal) domani
è un gran giorno per il nostro canadese, il giorno del deadly-medley. Di fronte
al sottomarino giallo in riva al Mersey, dice lui, eseguirà un medley con ogni
canzone dei Beatles. Uomo coraggioso!
LUNEDI’ 30 AGOSTO 2004
Prima di fare alcunchè oggi passiamo davanti alla libreri
Watersone’s, dove facevano la presentazione del libro sul sottomarino per i
bimbi – volume dal modico prezzo di 77 sterlinuzze. Però i disegni sul viso
erano gratis, e tutte e tre ci facemmo imprimere il marchio giallo sulla
guancia. Io poi mi munii di un ulteriore volumetto dell’utile frasario “Lern
yerself Scouse”, e poi giù nella mischia.
Sveglia! Sveglia! Che oggi è il gran
giorno! È tutta la settimana che si parla di sto deadly medley del grande Hal
Bruce, sappiamo dove sta, sappiamo l’ora e (nonostante le due ore di sonno
circa) non ce lo perderemo per niente al mondo. Perciò, gambe in spalla e
filare al sottomarino di fronte al molo sul Mersey, c’mon!
(ma prima… be’ c’è una piccola
missione da portare a compimento, e verrà eseguita nonostante oggi sia Bank
Holiday – which means trova un negozio aperto se ti riesce. Il fatto è che,
vedete, dobbiamo sviluppare almeno un rullino dei nostri innumerevoli. Una di
quelle pose verrà donata a Gavin Pring, è il minimo che possiamo fare).
Sono circa le nove del mattino quando
lasciamo le pose al Superdrug e ci avventuriamo al molo. C’è una specie di
fiera (quel caos che è il Mathew Street
festival – band non beatlesiane, banchetti di cibi strani, giochi da luna park
da farti vomitare al solo pensiero), i giardini sono
pieni di gente e di giostre – una confusione del diavolo nonché Maybe di Emma
Bunton (!) che aleggia nell’aria. Alzo la testa e vedo che nel sottomarino ci
stanno i MARMOCCHIETTI a giocare (come
diavolo hanno fatto ad arrampicarsi fin lassù?). Ma siamo sicuri sicuri che Hal
suona qua? Aspetta, aspetta, aspetta…
Inutile, forse abbiamo capito male o cosa. Sto medley di
cui si parla da una settimana non c’è (fregatura). E qui partono le ingiurie
ad indirizzo del povero Hal Bruce, mentre le nostre eroine si prendono un
cartoccio di patate da un fish and chips e s’imbrodolano tutte di salse dalla
rabbia. Poi voltano l’angolo di fronte al famoso Superdrug e… quando stavi
per perdere le speranze! Ecco IL
BRUCE coi capelli che
sventolano sotto il cappello lennoniano calcato sugli occhi mentre dietro
effettivamente c’è un sottomarino – ma è la riproduzione ingrandita di
quello del francobollo! Eppure aveva detto al molo… vabè, godiamoci il
concerto, ora che Hal ha avvistato la Jude e, come ogni volta, le ha dedicato
For No One (secondo me ora la odia quella
canzone poveretto). Ok, l’abbiamo perdonato.
(e tu credi, uh? Credi di averle riviste
certe scene! Quando arriva la polizia e chiede ad Hal se gentilmente può
sloggiare perché non si può fare il concerto nel mezzo di strada, non ha il
permesso…chissà cosa mi ricorda tutto questo, mentre un americanone con un
cappello da cowboy dietro di me continua a ripetere “I can’t believe it’s
happened again! What a deja’ vu!”) (che
ingiustizia però, al tipo inopportuno che per tutta la settimana aveva
fracassato gli zebedei cantando Michael Jackson nessuno aveva detto niente.)
Hal è dunque costretto a smettere. Lo
raggiungiamo e velocemente ci chiede scusa, neanche lui sapeva che quella
mattina sarebbero stati là davanti e non al molo. Probabilmente li hanno detto
di spostarsi per via della confusione della fiera. Miii… che disdetta! proprio
ora che l’avevamo trovato!
Insomma, siamo al Superdrug e ritiriamo le foto. Per 5
pounds il colore è a dir poco osceno, Gav però riesce a spiccare anche in foto
visibilmente malstampate in tutto il suo splendore (e… guess what… al
contrario Davey Justice – che in questa settimana si è guadagnato il
soprannome di Paul-Ebete – è venuto quasi sempre con la faccia di colore…
bianco, senza occhi né bocca, né lineamenti! Quella carta impressionata deve
aver capito tutto della vita!
![]()
Poi… poi un’ora schiantata alla fermata del Magical
Mystery Tour (“Domani…” sempre domani, come la marmellata della Regina
Bianca – fa molto Alice In Wonderland capitolo Wool and Water tutto questo,
non credete? – erano giorni su giorni che
andavamo e ci cambiavano il biglietto perchè oggi non si poteva e oggi neppure,
uffaaaaa) e poi, già che ci siamo, un’ottima
conversazione con dei connazionali incrociati per caso…mi sa che stasera li
rivedremo a vedere Gav… diciamo… che gli abbiamo fatto venire voglia…!
(questi vedono la mia borsa, mi chiedono dove l’ho presa, rispondo al beatles
shop e mi chiedono dov’è – cominciamo bene. Chiedono cosa sto sfogliando,
rispondo il programma, guardate che bello, vi dice chi suona dove e quando così
ci si organizza fra i vari luoghi, e loro mi chiedono dove l’hai preso quanto
costa e ah perchè quanti luoghi ci sono? Ottio, e noi che il programma siamo
andate a raccoglierlo all’adelphi ancora prima di posare le valigie. Una
domanda sorge spontanea – siete venuti attraverso giambelli? Certo. Ah ecco. E
avevano pure il pass dorato, potevano vedere tutto e non hanno visto niente.
Cielo che spreco.)
Che balle! Non c’è riuscito di fare un
beneamato accidente oggi, tra il medley e il tour! Rientriamo perciò nella zona
denominata Beatleslandia, ci vediamo i BBCtles ed i grandi Blackbird (in
un favoloso improvvisato doppio-set, essendo che Bob Bartey non era riuscito a
presentarsi) from Brazil al Cavern Pub, poi… gente ma
qua dietro c’è la statua di Eleanor Rigby? Povera donna, un salutino passiamo
a farglielo!
(Eleanor era sempre lì con quel viso
sfumato e con un fazzoletto in testa, guardando per terra. Forse si chiedeva
perché tanta gente s’interessasse a lei, infondo la sua vita non era stata
granché. Però secondo me era felice di non essere più sola. FLAVIO, il tastierista dei
Blackbird, si siede accanto a lei e la guarda intensamente, Eleanor si emoziona.
Per tutta la sua vita ha desiderato essere guardata così. Si sente bella ed
arrossisce un po’ sotto il fazzoletto. Quando la salutammo era al settimo
cielo).
Poi becco Alan Braga, il sosia brasiliano di SEAN
LENNON, e lo obbligo a fare
una foto accanto alla statua del “padre” di fronte al Cavern Pub. (che
darebbero le nostre tre compari per potersela portare a casa quella statua? Ce
la regalate il prossimo natale? Daaaaiiii!!!)
E ci vedete schizzare per l’ennesima volta come
trottole al Royal Theater (gaaaaaaaah – e che la mia
sorellina parla ammmerecano? THEATRE, porc!!!) dove tra
poco si esibiranno i British Export (… beccare la prima fila, beccare la prima
fila… - beccata senza problemi, figuratevi che quelle rilassate del fan
club di Gav sono andate in galleria.) seguono i Fab Faux
dagli Stati Uniti. Seratona!
James Lynch, Davey Justice, Gavin Pring e Jim Martin
fanno la loro entrata in scena in tutto il loro splendore, sono vestiti con le
camicie rosse sotto con giacche scure sopra. La performance è impeccabile come
sempre. Notevoli la “Act Naturally” di Jim (…se volete restare vi avverto
che si suoneranno canzoni di Ringo…) , “Young Blood” nonché grasse risate
quando alla fine le nostre tre eroine notano che il Davey si è scordato il
coretto Paoliniano di You’d Better Leave My Kitten Alone (ed è scena da film
quando Gav gli tira una chitarrata col manico suggerendogli sottovoce le parole
che deve cantare) . In fondo in fondo gli vogliamo bene al nostro Davey, ma dove
lo trovavamo un tipo così assurdo da farci far male al diaframma dalle risa? È
un grande! (beccatevi sta foto di GAV
& PAUL EBETE
– che facce fa quest’uomo?)
Ed ecco i mitici Faux, presentati
nientepopòdimenoché da Sid Bernstein in person – e che presentazione, ma per
un signor gruppo come i Faux questo ed altro. Rifanno brani come Lucy, You Know
My Name (Look Up The Number) o Whithin You Without You alla p-e-r-f-e-z-i-o-n-e,
con un campionario di strumenti invidiabile (dal mitico sitarone a
sintetizzatori modernissimi) e con un’energia pazzesca – emblematico il
tastierista (e chitarrista e bassista e addetto
alle percussione e al sintetizzatore a volte) JACK che suona a gambe
alzate (o anche, due tastiere una per mano
dando la schiena ad entrambe – per questo lo chiamavamo con affetto Jack o’
sborone) Proiettate dietro immagini psichedeliche che
sono vere e proprie opere d’arte. Senza contare camicie assurde e sciarpe
altrettanto assurde avvoltolate attorno ai microfoni. Due ore con i Faux sono da
consigliare, vi stupiranno (che tempi – l’anno scorso avevano rifatto
tutto il “White Album” dal vivo, senza interruzzioni o sbavature, geni che
non sono altro).
La serata ci vede all’interno
dell’hotel Adelphi partecipi prima di un altro bel concerto di George
Harry’s Son (non manchiamo mai quando suona il nostro Gav!) dove
effettivamente ritroviamo la coppia di connazionali incontrata nel pomeriggio
(entusiasti! Dicono che hanno fatto bene a fidarsi di noi – e te credo!
Seguite il loro consiglio!). Gav ha rispolverato per
l’occasione l’abito lungo e si fa raggiungere onstage da Jim versione
photograph. Ecco a voi una FOTO
ARTISTICA della vostra Roretta meritevole di
ingrandimento. Per inciso blocchiamo per l’ennesima
volta Our Gav una volta finito il concerto. Gli diamo la sua foto (impreziosita
da dediche personalizzate e una quantità imbarazzante di cuoricini. Quando ha
finito di leggere ci guarda grato e fa “oh, come here” e ci abbraccia tutte
– momenti da non dimenticare mai.) e ce ne facciamo
autografare altre tre per “uso personale”. Ha una faccia così stupita e
seria che temiamo che tra poco si commuova. È sensibile il nostro ragazzo
sapete? (sulla foto dell’Aly le ha scritto che spera torni l’anno
prossimo – e la ragazza in questione, aerea dalla gioia, in quell’istante
decise che avrebbe sfidato il mondo pur di tornare. Quando era tutta la
settimana che diceva che non ce l’avrebbe fatta. Forza di Gav. Gav
is all you need…)
Poi ad una festa da vip, noi e i
musicisti mentre gli Instant Karma suonano nel salone più grande. Sediamo sulle
scale mentre Johnny Silver, tutto svaccato sugli scalini, ci osserva
dall’alto. Blocchiamo James Paul Lynch che offstage cambia completamente
trasformandosi in un RAGAZZO TENERO ed anche un po’ timido (diventa del colore del cappello
di Grande Puffo quando gli dico che ho fatto cinque rullini solo per il suo
gruppo) – non è neanche un brutt’uomo,
peccato che il sito avverta: sorry girls, he’s married.
Poi vedo passare Jack o’ sborone, in dirittura
d’andarsene. Non posso permetterglielo senza una foto, quindi mi scapicollo giù
per le scale che portano all’ingresso e mi schianto per terra. Però questo
attira l’attenzione e la foto insieme la facciamo. Poi però risalendo le
scale mi scopro di aver fatto un danno – avevo mancato quattro gradini e messo
il piede male. Ahio la storta. La Mel fu servizievole però, e fece in modo che
la barista dell’American svuotasse la ghiacciaia solo per me. Ci credete che
stavolta non ho pianto – io sono una persona dal cuoricino debole ma dalla
pellaccia dura, che ci volete fare.
Ci rivedrete tra la folla del bar. Sono
le tre del mattino, ma la serata non è finita.
MARTEDI’ 31 AGOSTO 2004
Roll uuuuppp!!! Roll uuupp for the
Mystery Tour che si ferma e, dopo giorni di peregrinazioni per tentare di
assicurarsi una prenotazione a bordo, preleva Jude, Aly e la sottoscritta e
andiamo! Peccato che si tratta di un normale autobus di linea che niente ha a
che fare col pittoresco veicolo attinente all’originale, quello della
pellicola… ci dicono difatti che la copia originale ha dei problemi, perciò
ci sono stati tutti quei disagi… te pareva, la sfiga…
Insomma, ci mettiamo in cammino, in pellegrinaggio: Penny
Lane (con tanto di barbiere e tutto il resto) la vediamo a la volée
dall’autobus, così come casa di Ringo, di John e di Brian, nonché le scuole.
Ci fermiamo invece da Georgetto (c’è gente che abita in quella che è stata
la sua casa, penso e dico a Jude che se la casa fosse di Gav e me lo vedessi
uscire dall’ingresso potrei pure avere un infarto – la sorellina concorda),
a casa di Paul (dove un gentiluomo – o gentildonna – ci tira un… uovo), al
cartello “Penny Lane” (cartello è una parola grossa, è
dipinto sul muro il nome della via – per ovviare ai turisti troppo entusiasti
con la mania di svitare e portarsi via quelli veri e proprio) ed a Strawberry
Fields, mentre lo speaker racconta interessanti aneddoti col suo buffo accento
locale: dice che da piccolo John usasse scalare il cancello del noto
orfanotrofio e, pur essendo vietato, andasse a giocare coi bambini. Gli ospiti
dell’istituto gli facevano notare che, pur apprezzando la sua compagnia, se lo
avessero scoperto ci sarebbero state punizioni e “Chissenefrega” diceva lui,
esclamando poi “Strawberry Fields per sempre!” (diceva anche che
tanto mica l’avrebebro impiccato per questo – nothing to get hung about). Caro
John… non ha mai smesso, raggiunta poi la fama, di mandare contributi
finanziari per rinverdire un po’ quei campi di fragole…
(altro aneddoto curioso: mica vero che John è nato sotto
un bombardamento targato Luftwaffe! Era stato lui a mettere in giro la voce per
rendere la propria nascita più…interessante! Ehehehe!)
Comunque. Finito il giro, tornati a bomba e tristi poiché
la fine (del viaggio) si apprestava ad avvicinarsi, ci avviamo verso il centro,
verso Beatleslandia. Un po’ abbiamo (ho) la testa più fra le nuvole del
solito (il portafoglio, mi accorgo, l’ho lasciato in albergo e sono l’unica
che ha pecunia valida), un po’ il passi dorato non vale più ed il tipo
all’entrata del Cavern non sente ragioni: o paghiamo un nuovo passi… o ci
perdiamo gli ultimi avvenimenti. Non sia mai! pensa l’intrepida Meltea che
corre in albergo: passeremo anche stavolta.
(Mentre Mel è via veniamo salutate da Hal e Gav che entrano per suonare –
quest’ultimo ci sorride divinamente e fa “hi, babys” con un tono to die
for.)
Seratona al Cavern Club, dunque, con la
créme de la créme: iniziamo con i
Blackbird, che mi regalarono pure la maglietta che carini, poi le
brave Acustika dal Brazil (spassoso il duetto di I Want To Break Free con la
tipa e il sosia di FREDDIE Mercury in parrucca
video-look-a-like –
c’entrava poco ma faceva ridere), seguono i Blackbird,
li vogliamo sentire ben bene e ci piazziamo proprio sotto il palco, di modo da
vedere i musicisti di sotto in su (anche perchè la mia caviglia non regge
– e a quel paese il cafone fonico che tentò di dirmi che non potevo stare
seduta svaccata sull’amplificatore, cosa che in realtà avevo fatto da una
settimana a quella parte), poi il buon Gav nelle vesti
di George Harry’s Son ci regala altri attimi intensi di sorrisi, commozione e
scatti folli di macchina fotografica. “Dove l’hai messo il vestito lungo?”
chiede insistentemente un tipo abbastanza drunk dal pubblico “lo metto solo di
domenica!” risponde Gav (dopo l’ennesima volta che gli fu posta la domanda,
l’impersonatore del Quiet One disse “Stavolta lo faccio cacciare” col suo
solito bel sorriso tranquillo!). (oltre che quiet però Gav nostro è
recidivo – e di nuovo mi suona “Isn’t it a pity” a metà concerto,
versione estesa naturalmente, ed ecco il settimo pianto della settimana anzi dei
sei giorni. Sono proprio a mezzo metro da lui che lo guardo annebbiata e lui mi
riguarda con aria interrogativa, come non capisse davvero che cosa avesse fatto
di tanto straordinario. E noi lo amiamo per questo). Ed
ecco anche il Bruce, il nostro mitico canadese, in un grande duetto. Quando
finiscono di suonare, chiediamo ad entrambi se possono fermarsi a fare una foto
con noi (questa volta ce l’abbiamo fatta perchè il Bruce è
affidabile. Gli chiediamo Hal ci recuperi Gav, e zac tempo tre secondi ce
l’avevamo sottomano), l’ottimo scatto è in possesso
di Jude perché l’imbranatissima fotografa presa a caso tra la folla non riuscì
a mandare la mia povera camera. Ma… dico io! (scena – Mel inizia a
dirle quarda che è un po’ duro il bottone devi tenerlo pigiato. Gli e lo
ripeto io, gli e lo ripete l’Aly, gli e lo ripete perfino Gav – all’ultimo
fallimento il pover’uomo sconfortato collassa tonk sulla mia testa, ma io non
mi faccio problemi anzi. Alla fine la foto l’abbiamo fatta, ma non è così
ottima quindi a voi niente)
Filiamo veloci veloci (si fa per dire)
nell’altra ala del locale, quella dove ha suonato Paolino nostro come ricorda un gigantesco murales
fra le due sale perché sul palco è il momento di mr.
“Scusa-Paul,-conosci-Little-Willow?” Lawrence Glimour plus il figlio Clarkus
(se questa è la giusta grafia). Stasera è la sera dei duetti e sul palco con
lui si alternano gli amiconi Gav ed Hal, Alice poi aggrabba l’impersonator ed
è di nuovo flash memorabile (in realtà la foto è venuta sfocata, ma… meglio
così… perché da veramente l’impressione che quello accanto alla nostra
eroina sia il Sir in persona… veramente!).Poi arriva Neil a fare il
discorsone di commiato. Ringrazia tutti e tutto per la bellissima settimana, e
per qualche motivo non meglio identificato si dà ad impersonare James Dean.
Voglio fargli una foto, gli dico (parolone, in realtà ho bisbigliato raucamente
sempre, non è che dall mio strozzato “give peace a chance” fosse cambiato
molto) se può please redò your JAMES
DEAN IMPRESSION,
e lui acconsente di buon grado – va che bello.
Ed ecco, per finire in bellezza,
seratona con grande, immenso concerto dei Faux… una forza ed una resistenza
notevoli, per non parlare della bravura: canzoni tecnicamente perfette,
padronanza del palco…Jack, il tastierista, si canta “Oh! Darling”,
“Helter Skelter” e “I Got A Feeling” l’una dietro l’altra… se
vedete tonsille in giro sono le sue… (Jack mi vide a un certo punto
allungare una mano felina verso la scaletta, ero proprio sotto la tastiera ma
l’inopportuno l’aveva schotchata al pavimento. O’ sborone mi dà un
colpetto su una mano e mi dice che non si sbirciano le canzoni, io gli dico che
ho già fatto e lui ci rimane male. Comunque mi ringrazia per l’energia
mostrata ai loro concerti, mi aveva notata pure nell’immensità del Royal
Court. Anche se adesso messa com’ero col piede sprizzavo assai poco.)
Ripercorrendo quelle strade, dopo
l’ultimo saluto alla statua di John, avvertiamo che è veramente tempo, che
domani la sveglia è presto, che saremo lontane da tutto questo… almeno
fisicamente, perché certe cose ti rimangono dentro. Rifletto seduta sulla sedia
girevole della stanza con un sandwich mezzo addentato mezzo no. Rifletto che
tutto questo mi mancherà. E ci sto riflettendo anche adesso, mentre mi
arrabatto per mettere insieme due soldi per tornare. Perché dobbiamo tornare. It’s a MUST! Come
dice giustamente Mel, andarsene è stato bruttissimo. Alzarsi all’alba,
all’alba e qualcosa i saluti strappalacrime con tutti gli amici conosciuti
nella hall dell’albergo, all’alba e mezza a prendere il treno. Che poi ci
furono casini con detto mezzo e non fosse stato per uno scouser utilissimo e
gentilissimo non ci saremmo mai arrivate in aereoporto, a Londra. Non che ci
volessimo arrivare, ma anche volendo rimanere non c’erano i danè per
sopravvivere. Almeno loro due tornarono in patria (si fa per dire) insieme –
mentre Roretta vostra, sola soletta sul treno per Bergamo Orio as Serio,
sbiadiva di lacrime il disegno del sottomarino su una guancia ed il tatuaggino
dei Faux sull’altra (regalatomi al Cavern assieme ad un plettro da
collezione). Piangevo e intanto rimuginavo... altre 51 weeks di maledetta
normalità to go fino alla prossima... *sigh*.
E a proposito della prossima: VENITE NUMEROSI, mi
raccomando!!!
A mo’ di chiusura cosmica, vi riporto il testo di una
bella canzoncina scritta in onore del festival da un canadese amico di Hal –
il quale, credendomi connazionale per la bandierina del canada appunto firmata
dal Bruce, mi ha simpaticamente ragalato una copia del cd ai tempi delle foto
con la statua di Eleanor. Si chiama, appropriately enough,
YOU GOTTA LOVE THE BEATLES:
Every year in the city of Liverpool
Where the music is hot and the people are cool
They throw a party and the whole world comes
Strumming guitars and banging on drums
Forget about work forget about school
It’s all very simple there’s just one rule
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool – Ringo John Paul George
Hello goodbye, Lucy in the sky
No reply, don’t pass me by
Love me do, old brown shoe
For you blue, she loves you
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
Bungalow Bill, fool on the hill
I me mine, I feel fine
Inner light, a hard day’s night
Being for the benefit of mr. Kite
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
Ringo on the drums mr. Rhythm and soul
Paul on bass mr. Rock n’ roll
George on lead man he can play that thing
It only comes together when you hear John sing
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
The night before, when I’m 64
Twist and shout, we can work it out
There’s a place, I’ve seen a face
Every little thing, and your burd can sing
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
Let it be, tell me what you see
She said she said, I’ll cry instead
Ask me why, cry baby cry
Blue Jay Way and yesterday
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
Michelle, if I fell
Baby’s in black, I’ll be back
Drive my car, back in the USSR
Wanna hold you hand, sgt. Pepper’s lonely hearts club
band
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool.