DIARIO DI VIAGGIO DI
LADY ROCK, MELTEA & ALYLOVESPAUL

GIOVEDI’ 26 AGOSTO 2004

Dopo viaggio estenuante, con partenza di casa alle quattro del mattino, aereo alle sette, due cambi di treno scomodo e costosissimo, arriviamo a Liverpool Lime Street Station. Andiamo all’Adelphi Hotel prendere un programma e a mollare le valigie nella nostra casetta dello studente, che è a due passi ma in salita. Alle tre del pomeriggio siamo già nel Cavern Quarter, subito ribattezzato Beatleslandia da Mel e Aly.

Entriamo nel Caver Pub, dove sta suonando il mio vecchio amico HAL BRUCE, canadese, quarant’anni e passa a suonare i Beatles per passione, di cui conosce letteralmente ogni brano a memoria, tanto da essere in grado di esaudire qualsiasi richiesta da parte del pubblico che infatti se ne approfitta. L’uomo juke-box mi vede, mi saluta, mi dedica – this is for Jude – “I’ll be back”, e prosegue il concerto. Intanto io prendo “I will...”, il suo album nuovo, e una pinta di Guinness, la prima di tante. Finalmente felici e nel nostro elemento, brindiamo. Il locale incomincia a riempirsi, mentre Hal stupisce tutti i non abituali con il suo perfetto crescendo di “A day in the life” per chitarra e basta. Andiamo a salutarlo quando alle cinque sbaracca per lasciare posto agli austriaci BBCtles. Questi suonano, come prevedibile, esclusivamente canzoni dal “Live at the BBC”. Non li avevo mai sentiti, ma sono energetici e vanno giù bene il primo giorno. Poi, alle sei, JOHNNY SILVER AND THE LOST WEEKEND. Come gli anni scorsi Johnny si scorda le parole, inventa, fa il buffone, il tutto con la cicca in bocca – come il vero Johnny. A un certo punto, il tedesco intona “Woman”. Una delle canzoni d’amore più belle della storia, cantata con struggimento da uno che appare e canta e si atteggia così simile all’autore originale. Fortuna che eravamo in tre, in grado di sorreggerci reciprocamente fra le lacrime commosse. Siamo già al mio primo pianto e la settimana è cominciata da neanche quattro ore. Cominciamo bene.

Alle sette schizziamo home a prendere i panini furbamente lasciati in frigo, poi di nuovo un quarto d’ora giù fino a Beatleslandia ed entriamo – stavolta – nell’unico, solo, mitico, soffocante Cavern Club. Qua suonano già altri tedeschi, tali Lucy In The Sky. Questi rielaborano molto, ma sono a tali livelli strumentali che se lo possono permettere, senza contare che sono degli urlatori pazzeschi. Bisogna ricordarsi di questi qui. Poi sarebbero dovuti salire sul palco tali The Beatles Revival, che però per un motivo o per l’altro non poterono presentarsi. Si rimediò chiamando su vari ed eventuali esponenti del pubblico a rendersi ridicoli senza alcuna base musicale sotto, come ad esempio QUESTI DUE BRILLISSIMI NORDICI che strillano “Maybe I’m amazed”. Unico aiuto, se così si può definire, veniva da parte di STEVE – presentatore tuttofare incaricato degli affari del club – il quale faceva le coreografie mimate di tutte le parole delle canzoni. Metodo di ballo che poi io e la Meltea adottammo per tutta la settimana, fra parentesi. (quell’uomo è geniale: vi sfido a mimare “It’s been a hard day’s night and I’ve been working like a dog” con più efficacia… poi… complimenti per le magliette!) Poi finalmente le dieci, ora dei BRITISH EXPORT, uno dei gruppi migliori del festival e del mondo, tutti di Chicago escluso Gavin Pring detto Gav – un George con marchio di fabbrica Liverpool, dove i locali lo additano con affetto ed orgoglio (da sinistra: Davey Justice detto Paul Ebete, guardatelo bene in faccia e capirete perchè, Jim aka il simpatico e nasuto Ringo, Gav meglio noto come il bello il divino il sommo, e James Paul ovvero il John gigante e dolcioso che con quel nome dovrebbe fare Paul e l’anno scorso infatto lo faceva e lo faceva pure da dio – vai a capire questi inopportuni scambi di ruolo). Dite grazie alla Mel per aver reperito la bellissima foto di repertorio. Undici, MERSEY BEATLES – più locali di così. Frizzanti, ballabili, simpaticissimi, si riconfermano un gruppo da vedere. LUCY IN THE SKY di nuovo e poi i Brazilian Blackbird – come se non li avessimo visti questi ultimi, essendosi ormai fatta l’una eravamo in piedi da quasi ventiquattr’ore filate. Uscite dal club ci imbattemmo in Nando, batterista dei braziliani Mad Dogs, grande amico mio che mi spiega per filo e per segno la scaletta dei loro concerti e io assicurai che ci saremmo andate (povero Ferdy l’ho illuso, in realtà non ce l’abbiamo proprio fatta). Quindi, stanche ma raggianti, tornammo al quartier generale. Fortuna che eravamo raggianti noi, perchè ci piovve addosso fin sotto casa. Poi ha smesso subito. Dannato clima britannico. (See… immaginatevi la scena: la qui presente Mel senza lenti a contatto, Aly sorda a causa degli amplificatori e la povera mia sorellina sia sorda che zuppa di pioggia – occhiali compresi… è proprio vero, a Liverpool qualcuno guarda dall’alto i beatlesiani e li protegge… altrimenti come ti spieghi che siamo tornate sane e salve?!?)

 

VENERDI’ 27 AGOSTO 2004

Alzata di prima mattina, alle undici fuori di casa, con meta The Beatles Story all’Albert Dock. Con mio grande orgoglio la cartina fu totalmente inutile, ormai le viuzze del centro le conoscevo come le mie tasche. Vedemmo il museo, decisamente allargato da quando l’avevo visto io tre o quattro anni fa non mi ricordo, ma sempre bellissimo. (Per me ed Aly invece era la prima volta, stupefacente quanto sia fatto bene, curato, ambientazioni ricreate coi minimi particolari, belle foto, ottimo shop…) Pianoforte bianco con sottofondo di “Imagine”, secondo pianto della settimana d’obbligo. (era lì davanti a noi il bel Steinway… ed era come se lo vedessimo, lui là, seduto… mi sentivo un grosso peso sul petto… capite cosa intendo, vero?) Mi sono rabbiosamente ripresa quando ho notato che qualche bastardo aveva osato appiccicare una cicca sul retro della statuetta in bronzo di John che cammina con le mani in tasca. Appena uscite segnalai lo scempio, che fu accolto con incredulità ed orrore (e mi sembra il minimo!) da un addetto che mi disse che ci avrebbe pensato subito.

Un rapido giro al negozio della mostra, dove strano ma vero non comprai niente per via dei troppi pochi soldi dietro, quindi via verso il Rawhide Comedy Club – una specie di teatro convertito in cabaret, ma con ancora in giro annessi e connessi come l’organo ad esempio. Sentimmo l’ultima canzone di Johnny Silver, che apriva il concertone di benvenuto ufficiale al festival, e ci sedemmo con le nostre pinte (pinte vere, non come da noi che ti danno tre quarti di schiuma e se possono annaquano anche) per sentire i PARROTS, dei giapponesi che incredibile ma vero spaccavano proprio, il cui George era un piccolino carinissimo di nome Akiahiro (quello a destra). Poi ci apparve, elegante come sempre, NEIL – come dire il mastro cerimoniere di tutta la manifestazione. Senza di lui e senza il suo brillante umorismo scouse non sarebbe la stessa cosa. Ci presentò gli AUSTRALIAN BETALES. Per un attimo sperai che fossero semplicemente gli Australian Beatals con un errore di stampa nel programma, il gruppo del bello e bravo Max, invece no, perchè Max e compagnia erano fino a nuovo ordine intrappolati come gruppo di casa alla filiale aperta dal Cavern Club in Adelaide. Questi qui non erano male ma non erano neanche particolarmente entusiasmanti, tecnicamente abili ma privi di carica vitale e comunicazione col pubblico, non so non mi hanno convinta. Però mi piacevano le divise e la chitarra del tipo con piccina picciò che nella foto neanche si vede la firma di John. La voglia di comunicare col pubblico invece non mancava agli storici veterani brasileiri CLUBE BIG BEATLES, come potete vedere. Il percussionista folle edu fece puranco una polaroid epica a Mel ed Aly.

Tornate a Beatleslandia inaugurammo tutta una serie di pellegrinaggi più che giornalieri alla STATUA DI JOHN In Matew Street. Da sinistra la cara Alylovespaul, la mia sorellina Meltea, e la vostra Roretta preferita è quella più a destra, con occhiali e cappello e pantaloni rosa chiaro frutto di un lavaggio misto piuttosto imprudente (Notare come, in barba a tacchi, arrampicamenti ed affini, nessuna di noi è arrivata occhi negli occhi con la suddetta statua – Johnny boy, ma quanto diavolo sei alto???). Al braccio potete vedermi il mitico braccialettino dorato che ci serviva da pass per tutti i concerti. Discendemmo nel pub, dove fummo piacevolmente sorprese da un gruppo tutto femminile. Le brasiliane AKUSTICA, a differenza delle dilettanti che siamo abituate a sentire a Brescia, miscelavano canzoni dei Beatles con ritmi latini con una maestria formidabile. Figuratevi che siamo scese senza timore proprio perchè io sentendo la voce che veniva su dalle scale cantando “We can work it out” ho detto alle altre, tranquille devono aver cambiato scaletta la voce è troppo perfetta per essere di una donna. Le ultime parole famose. Poi i Brazilian Blackbird – ancora brasiliani, che ci volete fare, laggiù i Beatles tirano, non ci scordiamo che Paul ancora detiene il record per il concerto a pagamento più grande mai fatto con le 184.000 persone di Rio de Janeiro. Senza contare che questi la musica ce l’hanno nel sangue. Infatti, pure questi erano perfetti, come eravamo troppo morte per notare ieri sera.

Corsa vicino a casa per il Royal Court Theatre, dove alle otto si teneva il concertone US Invasion Part 1. Suonarono The Fab Five, Me & My Monkey, e lo spettacolare Tim Piper. Un Lennon impersonator – ce ne erano diversi, uno più bravo dell’altro. Intanto scorrevano in sottofondo bellissime diapositive di John, che ho tentato di fotografare ma sono venute un po’ sullo scuro andante. Questa però è tanto tenera e ve la voglio far vedere comunque, di JOHN & SEAN.
Andammo all’Adelphi a tirare mattina. Qui placcammo il capellone dalla maglia arancione che fa pure rima, tastierista e chitarrista di Johnny Silver, che si chiama Mike credo. Questa è la bella cosa di una manifestazione colossale come questa – incontrate qualcuno, parlate per ore di ogni argomento possibile, diventate amiconi, e nel casino della gente e della musica non saprete mai come si chiama l’altro. Prima di lui eravamo state placcate a nostra volta da un’uomo incredibile di cui mi dispiace solo non aver la foto – fingeva di essere il batterista dei Norwegian Beatless ma in realtà era Patrick Ray “da Teeeeran a Montecarlo” Pugliese in incognito (AH! Quale orror! Il biondo patrick che tenta l’abbordaggio delle tre ignare… si salvi chi può!!!). A mezzanotte tornammo a sentire l’amico canadese, cui chiesi di suonare “For no one”. Nonostante siano due anni che glie la chiedo ad ogni concerto, lui continua a sorridere beato e a suonarmela. L’ha perfino messa sul cd nuovo tutta per me. Cd che fra l’altro mettono sempre al Cavern Club fra un gruppo e l’altro – e mi sono accorta che non era un’originale solo per la scaletta, certe volte è proprio identico. (vero, dopo che our Roretta l’ha doppiato alla sottoscritta ho provato “l’esperimento genitore” sottoponendo mia madre all’ascolto… mi fa “ma i dischi dei Beatles non li avevi portati tutti via da casa???” – cascata in pieno!) All’una ci trasferimmo nel lounge, dove stava avendo luogo una speciale riedizione del Bed In per la pace di John e Yoko. Fra happening, canzoni lasciate a metà, battutine e tante tante risate, queste furono ore memorabili. Soprattutto perchè ci hanno regalato uno
SCATTO IMBARAZZANTE come questo, quando il povero Neil stava sistemando gli accordi sul leggio e si è come dire ribaltato sul letto in una posizione assai compromettente (Neil, non hai più scampo, con questa foto sei in mano nostra… Buahahahahah!). Gran finalone con tutti dico tutti sul letto stesso, impilati l’uno sull’altro, a cantare “Give peace a chance”. Io purtroppo avevo perso la voce già ieri con un urlo mal calibrato, quindi potete immaginarmi. La Mel ha una registrazione sul cellulare di me che la canto, versione gallina travestita strozzata con raucedine. Se mi fa avere il file, ve la farò sentire, perchè mette di buon umore – anzi no, fa proprio pisciare dal ridere. (miii…che darei per poterla riversare, è uno spettacolo, Mariah Carey non è niente in confronto! Pazientate ancora un po’, gente, la vecchia Meltea ce la farà in un modo o nell’altro…) Alle tre tornammo all’American Bar, dove stavano tirando oltre la scaletta programmata e consentita Hal e Jim (il Ringo dei British Export) e GAV – stavolta in borghese, tirato via dal bancone dove stava tentando di rilassarsi nella sua maglietta di Buddha. Gav ci regalò uno dei suoi classici momenti magici – quello in cui varia l’ultima strofa di “Here comes the sun” affinchè dica “little darlings, our tears descend into the river, but don’t worry, the quiet one lives in our hearts forever”. Manco a dirlo, terzo pianto della settimana. Seguirono foto con il bel buddista, che non vi faccio vedere perchè sebbene lui sia radioso come sempre io ad esempio ero inguardabile per l’emozione – vabbè. Di buono c’era solo che in confronto a lui, britannico del nord doc, io sembro abbronzata come un biscottino.

 

SABATO 28 AGOSTO 2004

Dopo un giro d’obbligo fra i maggiori negozi di beatlesianità, io mi ricordai che avevo intenzione di chiedere informazioni su un oggetto da cartolina turistica che mi ispirava grande curiosità – la statua del superagnello banana. Chiesi ad una signora all’Albert Dock se sapesse dov’era e che cosa significava e lei, punta nell’orgoglio cittadino, disse che si trovava giusto girato l’angolo dopo la statua del sottomarino e che rappresentava la potenza navale di Liverpool (arrivavano a questo fondamentale porto, infatti, i carichi di banane dai Caraibi e di carne d’agnello dalla Nuova Zelanda per essere distribuiti poi in tutta l’Inghilterra). Andammo a certcarlo e quindi signore e signori ecco a voi, in tutto il suo spendore, THE SUPERLAMB BANANA STATUE!!!(Il mio amico Joe sostiene che in quel di Liddypool, dopo il Superlamb ed il Cavallo Di Spaghetti in centro, manca solo la statua dell’Omino Di Marzapane… che dite gente… facciamo una petizione? Wink
Mangiammo con calma (dopo tre anni finalmente niente più digiuno – abbiamo scoperto questo posto meraviglioso dove ad esempio cinque dico cinque bomboloni alla marmellata di fragole fatta in casa ricoperti di lussurioso zucchero, venivano una sterlina e cinque penny (CIAMBEEELLLEEE!!! Non nego che mi sentivo molto Homer Simpson…) e poi ci dirigemmo al Pub, dove suonavano i
PRELLIES, detti i Salterelli per come scambiavano il palco per un tappetino elastico. Questo gruppo tedesco specializzato nel periodo amburghese l’avevo già apprezzato l’anno scorso, quand’erano riusciti nell’impresa di farci ballare il sesto giorno, ovvero quando in teoria sono tutti in coma (avevano persino lanciato una gara regalando cereali e snacks assortiti a chi si scatenava di più – io ad un certo punto vinsi un cartone di crema alla vaniglia per esempio). Poi ci furono i Beatalls UK, che non mi ricordo per niente, ed i GREEN VILLAGE, gruppo svedese di bimbetti niente male, molto bravi, questo è quello che noi chiamavamo affettuosamente Baby per esempio. Peccato per il batterista che sembrava fuggito dagli Hanson però (eh, be’…considerato il muso perenne che aveva…forse lo hanno cacciato:-). Con loro feci una figuraccia assurda, per rinfoltire la mia collezione di scalette sottrassi la loro prima che avessero finito – la colpa è loro però, scrivono incomprensibile e poi io come faccio a capire a che punto sono? Poi i BBCtles, che come l’altro ieri e come quasi tutti i gruppi di oggi suonarono fra le altre cose “Slow Down” – ormai il tormentone era ufficiale (e qui siamo diventate ufficialmente le cubiste del cavern, ballato dalle 15 alle 18…se ci penso, da gatta pigra e perennemente assonnata quale sono, ancora non ci credo). A questo punto eravamo talmente rintronate da musica e birra che, all’entrata di un giapponese a caso nel locale, ci si fiondò su di lui convinte che fosse il bell’Akiahiro dei Parrots quando in realtà non c’entrava niente. Non mostro la foto perchè è orrida, però era molto divertente la cosa, dopo che se ne fu andato incominciammo a chiederci se veramente fosse stato lui e quando concordammo di no fu tutt’un ridere su quanto eravamo sceme.

Ancora ridendo per la storia del giapponese, che chissà quanto si deve essere sentito bello con tutte queste attenzioni, mangiammo i nostri panini dirette al Court per la US invasion part 2. Suonarono prima appena mezz’ora i bravissimi Fab Four, un gruppo nuovo da tenere d’occhio, che esaltava grandi e PICCINI, (alla faccia dell’articolo di Repubblica che tempo fa descrisse il festival come un “ritrovi per settantenni”). Quindi un breve interludio del grande Lennon impersonator MARK STAYCER DI BIANCO VESTITO. (sta per suonare. Dice che prima del pezzo vuole dire due parole su come sia bello il fatto che qui, in questa città per una settimana sia confluita gente da tutto il mondo, come tutti insieme, uniti dalla passione per i Beatles, siamo veramente “as one”, come avrebbe voluto John. Non è morto invano se siamo tutti qui, dice Stacyer e mi vengono i brividi. Guardo la Jude ed è in lacrime) (quarto pianto della settimana). (John ci guarda da lassù e probabilmente sorride). un’ultimo numero strappapplausi pei i FAB FOUR e poi – dopo tre giorni di musica divina – la catastrofe chiamata 1964 the Tribute. Questi fecero la consueta ora che per la prima volta sembrò durare un’eternità, a tal punto erano terrificanti. Vecchietti che, inconsci del buon gusto comune, si strizzavano in minuscoli completi Pierre Cardin, scuotevano testoloni con parruccacce zazzerute e saltellavano come ventenni ubriachi (forse il giornalista di Repubblica aveva visto solo questi, e si era sconfortato, potrei capirlo). Agghiacciante, e dire che li considerano fra i migliori. Noi eravamo talmente depresse che neanche ballavamo, e fu a quel punto che arrivò il colpo di grazia: un uomo di spiccata intelligenza che mi si fece incontro e mi chiese perchè non mi scatenavo, al che io risposi che non mi piaceva il gruppo. Lui mi guardò attentamente, scrutò il mio cappello lennoniano, la mia maglietta beatlesiana, il mio bracciale della week al polso, la mia borsa di the making of a hard day’s night – e mi chiese, ma allora se non ti piacciono i Beatles tu che tipo di musica ascolti? Clou comico della settimana (due cose al mondo sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma sull’universo ho ancora dei dubbi - A. Einstein). Fortuna che a tirarmi su c’erano i favolosi TATUAGGI di questa simpatica signora.

E poi Adelphi come al solito – inconsciamente facevamo più o meno gli stessi itinerari ogni giorno, era più facile in questa maniera. Questa era la serata dell’Alice che, dopo tutti ‘sti cloni di George e John, cominciava a smaniare perchè non c’era par condicio e voleva qualcuno di un po’ più maccartiano. Fu accontenta. Lawrence Gilmour, reo di aver suonato e jammato allegramente con il Sir in persona e di assomigliarci in maniera preoccupante, era all’American Bar a suonare col bel figlioletto (Clark o Clarkus non ho capito bene, spero tanto per lui Clark però). Soprattutto reo di aver fatto, ai tempi dell’incontro con Paul, la seguente gaffe: Paul gli chiese, allora dimmi cosa potremmo suonare, e lui confuso dall’esaltazione rispose, la conosci “Little willow”? Reo infine di suonare con un basso toccato dal nostro, che in questa foto con ME & I GILMOUR(scusate la faccia idiota, è l’emozione) è tranciatissima ma fidatevi c’è l’ho toccata la stavo tenendo in braccio riverentemente (ho chiesto al ragazzo se potevo tenerla per la foto e lui disse timorosissimo che dovevamo chiedere al padre che ci teneva tantissimo e poi era incrinato il manico quindi era molto fragile e lui non sapeva se era il caso, ma per fortuna il bravo e buono padre disse di si). Però li si può perdonare di tutti questi crimini per la grande bravura, e per i momenti emozionanti come quello di padre e figlio che cantano insieme “Put it there”. Uscendo dal bar vidi Gav, lo chiamai George senza pensarci, e lui si voltò subito e con una tale naturalezza da fare paura. Egli ci chiese dove stavamo andando che lui suonava fra dieci minuti. Questo non ci risultava, ma per essere sicure andammo a chiedere a Hal, che smentì dicendo che avrebbe suonato con lui fra un’oretta o due (e fu allora che, secondo la concezione berçoniana del tempo, fu istituita una nuova unità di misura: il minuto di Gav). Continuò l’impronta paoliniana dell’ormai mattina quando le portai a sentire Bob Bartey & Banned On The Run al Fridays Bar. Suonarono “Put it there” anche loro, ma non solo. Verso la fine videro bene di intonare, acusticamente e con voce ispirata, “Here Today”. Lucciconi per l’Alice, lacrime silenziose da parte di Mel, singhiozzi incontrollabili da parte mia – il mio quinto pianto della settimana finì in abbracci, finchè non si fu sicuri che stessi bene. Tornammo poi all’American. Qui Hal suonava, accompagnato variamente da Gav alle percussioni o al canto da lui e Paul Ebete. Ci fu un momento di grande tensione cosmica quando, armato di cucchiai rubati al bar, l’amico Patrick si avvicinò alle batterie di Scott Ferguson (l’unico supporrto alla one-man band di Hal, (altrimenti detto “l’uomo paziente” a causa del seguente aneddoto) e incominciò a fare l’inopportuno. Per un po’ Scott lo lasciò fare, ma dopo dieci minuti, giustamente indispettito, gli fece un signorilissimo e pacato discorso su come avrebbe molto gradito se si fosse gentilmente levato dai piedi. Più tardi ancora Hal si mise a chiamare attorno a lui tutti i musici che capitavano per caso nel bar, fra gli altri Baby & Hanson dei Green Village e tutti e quattro i Repeatles – uno show storico che rimarrà annoverato dai posteri, quasi schiacciati da tutta quella gente, come il HAL BRUCE & FRIENDS. Durante questo spettacolo memorabile Paul Ebete e relativa ragazza ci versanono pure la birra addosso, sempre sorriendo intontitamente come al solito. Rimanemmo oltre la fine di tutto, verso le ormai quattro o cinque, a parlare con gli artisti. Intanto guardavamo GAV ALLA BATTERIA, scoprendo che non era affatto male – pare, si svela adesso, che la sua carriera fosse iniziata dietro a tale strumento. Che uomo virtuoso. Infine però non ce la facevamo più e comunque ci stavano sbattendo fuori, quindi tornammo all’alberghetto.

(Ecco, riguardo a Paul Ebete e la Ebete Girl c’è un’altra scenetta che ha dell’assurdo: ce lo troviamo di fronte alla porta dell’albergo – perché soggiorna nel nostro stesso loco – tutto bello splendente – ed a bocca aperta – mormora qualcosa alla sua compare, poi apre l’uscio con la cartina magnetica, di quelle, sapete, che non fungono mai. Ascoltatolo, io e Roretta ci mettiamo a ridere come porcelli, segue la Aly, dopo che le spieghiamo: mentre brandiva la card magnetica, le parole del valoroso erano state “I Got The Magic Key!”… - e così nacque uno degli svariati tormentoni del viaggio!)

 

DOMENICA 29 AGOSTO 2004

The Best Things In Life Are Free, sì, forse, ma… per adesso give us mon y – e ce ne vorrebbero veramente tanti, devi sempre tenere a freno la mano qua a Liverpool o rischi di perderti nei negozi di merchandise, gli stupendi negozi di merchandise dove trovi tutto. Tutto quel che avreste voluto trovare sui Beatles, ma non avete mai osato chiedere (in Italia). C’è da andare fuori di testa, davvero!
Personalmente, la sottoscritta confessa di aver lasciato il cuore (ed un bel po’ di sterline) a Mattew Street quella mattina: più precisamente nella stanzetta sotto elevata rispetto al manto stradale all’interno della zona confidenzialmente denominata “Beatleslandia”. Ecco: questo è il primo dei vari shop pullulante di borse, gadgets, poster (per non parlare, ragazze mie, degli slip con scritto sopra “I’ve slept with John Lennon/Paul McCartney/George Harrison/Ringo Starr”). Se vi avventurerete alla prossima Beatles Week è molto probabile che, sulla strada del Cavern, vi venga la forte tentazione, quasi un raptus irrefrenabile, di fermarvisi ogni volta. No, non vi preoccupate,è normale, lo si deve fare! (sì, quella mattina ce li facemmo più o meno tutti i mitici negozietti: quello di cui vi ho appena parlato, quello giù al molo sul Mersey nonché quello nel centro commerciale. Riuscite a immaginarvi quanto ci rimaneva in tasca? Be’… chissenefrega, per loro questo ed altro!).
Ed eccoci qua, pranzo veloce, programma alla mano (perché senza programma, lasciatevelo dire, è impossibile godersi a pieno ogni manifestazione della settimana) pronte e scattanti per correre all’Adelphi Hotel, il mega albergo a cinque stelle dove si suona dalla sera al mattino, dove suoneranno i Blackbird, i Green Village ed I British Export. Entro e… dio mio! Non è possibile, non-è-umanamente-possibile, come tenersi ancora a freno? Come sperare di riportare almeno un penny giù in patria? (il fatto è, vedete, che oggi nel bel mezzo del corridoio principale dell’hotel è disteso un immenso, ENORME mercatino. Libri, poster, viniiiilliiii…)
(ah… Convention Day!!!)
Basta, siamo venuti per i concerti e là ci recheremo. Ecco la saletta (quella giusta, un attimo prima abbiamo quasi rischiato di sentire Roland Keyboard – aka Giambelli) ed ecco un altro gruppo di cui forse sentiremo parlare, I Green Village, tre biondini direttamente dalla terra degli ABBA (!), la Svezia, bravi nel coverare i quattro di Liverpool ed altrettanto bravi nel comporre pezzi propri (ascoltare il CD per credere). Il loro tempo purtroppo è limitato, sono alla prima esperienza qua alla Beatleweek ed hanno pochi pezzi in scaletta. Qualcosa mi dice però che torneranno. Vedrete.
E dal freddo Nord Europa è la volta di passare al caldo e ritmato Sud America
(sorellina li avevi invertiti, sai?) : ecco i Blackbird vestiti con le loro magliettine nere che hanno portato da oltre oceano (sono brasiliani). Esecuzioni perfette, bravi il chitarrista THIAGO ed il tastierista Flavio, tenerissima la… MASCOTTE del gruppo, una piccola peste di neanche un anno (figlio dell’altro chitarrista) che conosce i pezzi a memoria e muove le manine con la batteria (è uno spettacolo vederlo mentre la band suona Live And Let Die – be’, se il buongiorno si vede dal mattino quel frugoletto farà strada!). Finiscono e ci prendiamo la scaletta. Bravi, bravi, bravi. (altro scatto dolcioso da condividere: l’ennesima “SETTANTENNE” incontrata alla Beatleweek, non è carina???) (acquisito il cd dei Green Village ci catapultiamo in migrazione strategica verso la sala grande, dove il sommo gav avrebbe dato mostra di sè con la cover band George Harry’s Son – il che prova la nostra teoria, sono parenti, un figlio o nipotino mai riconosciuto, non si può mai sapere. Un’ora di tributo impeccabile, non fosse per un minuscolo particolare: al ragazzuolo viene la malsana idea di dedicare a un “great man who’s no longer with us” “Isn’t it a pity”. Ma non come finalone epico, come niente fosse a metà del concerto – la seconda metà io non la vidi affatto, ottenebrata com’ero dalla lacrima che mi pendea sul ciglio tanto per voler essere leopardiani. Sesto pianto della settimana, punto al guinness – anche una guinness mi basta però, ci si annegano tutti i dolori.) (sempre nel salone ci attendono i clube big beatles. Lo show è carico d’energia come sempre, Edu manovra due bellissime marionette di John e Yoko e questa la fa pure volare come una streghetta sulla scopa, è scemo come giochino però è divertente. Per ogni canzone hanno un cartello enorme con stamoata una foto inerente, ad esempio il maharishi per “Sexy Sadie”. Quando cantano “Julia” e tiano fuori il posterone di Johnny piccino picciò con la mamma Ale e Mel si sbracciano per indicarmi, lei lei si chiama Julia strillano. Edu mi vede, ammicca, allunga il cartello. Una ragazzina in prima fila, neanche tredici anni in minigonna inesistente, lo afferra. Che carina me lo vuole passare, penso io ingenua. No se lo tiene. Poi quando passano il poster dell’amichetta di Julian che aveva ispirato “Lucy in the sky with diamonds” intercetta pure quello. Vabbè le parlerò alla fine. Pacata, ragionevole, conciliante le spiego che quella foto per me ha un particolare significato affettivo, che è qualcosa di speciale chiamarsi come la madre di John, che guarda ci tengo talmente tanto che sono pure disposta a darti in cambio la maglietta del gruppo che mi hanno lanciato, tanto tu di due cartelli che te ne fai. Il padre guarda adorante la figliola dicendo che doveva decidere lei amore, e lei decise picche perchè la foto di John la voleva lei. Il pensiero di cedermi Lucy come indennizzo morale non l’ha sfiorata neanche – spoiled brat). (tornammo nella saletta piccina della Crosby Suite) ed eccoli qua, loro, gli unici, i soli British Export, una cover band quasi perfetta nella quale spicca la bravura, la bellezza, la somiglianza e la professionalità di un ventisetenne di nome Gavin Pring. (Tanto anche se lo chiami George si volta lo stesso – e se lo vedete dal vivo capirete perché – devono essere in molti a chiamarlo George, viene spontaneo). È l’unico membro della band ad essere nativo di Liverpool, uno scouse puro (gli altri sono di Chicago) che non fatica a riprodurre l’accento di George perché oltretutto ha anche il timbro di voce molto simile. (Ho detto “simile”? identico è la parola giusta!).
La scaletta dei British va all’incirca dal periodo “With The Beatles” fino ad “Help!”, i quattro sanno stabilire un contatto col pubblico invidiabile, sono affiatati, Jim Martin è un Ringo… per tutte le stagioni,
JAMES PAUL (notare il nome – l’anno scorso difatti era lui nella parte del Macca) Lynch è un John tecnicamente perfetto... devo proprio parlare di Davey Justice? be’... ve l’ho detto che il gruppo è quasi perfetto.

(messaggio semi-subliminale: visitate il sito www.our-gav.com e non ve ne pentirete. Parola.) (dopo lo show andai a far vedere a GAV la nuova spillona, orgoglio della collezione della mia giacca: I’ve slept with George Harrison, diceva. Gliela indico e gli dico, come non ti ricordi. E lui, no mi spiace credo di no mi sa che ero troppo stanco – questo è quanto è immedesimato quell’individuo!!!)
Ed eccoci nel Royal Theatre, ovviamente in prima fila. (in prima fila si, ma era sempre l’adelphi, tornate di nuovo nel salone grande – visto cosa succede, a stare senza programma? Ci si confonde…) Oh! Sorpresa sorpresa! Dopo che Mark ha cantato Imagine guarda te chi è entrato sul palco?! Lawrence Glimour,
IL NOSTRO PAULIE (come appariva all’incirca negli anni ’80 fine ’90). Duettone in vista, e duettone avremo: i due cantano insieme I Got a feeling servendosi anche dell’accompagnamento alle tastiere di James Paul Lynch. Poi Lawrence annuncia un amico, dice che è uno “shy guy, A QUIET MAN” e lì…fremito generale mentre Gavin Pring fa la sua entrata con una lunga tonaca marrone che gli arriva fin sotto i ginocchi. Gli occhi azzurrissimi gli sorridono. Canta Here Comes The Sun. Chiudi gli occhi e vedi George.
Chi manca, chi manca, chi mancherà?!? Trasportato in avanti nel tempo di una quarantina d’anni (era stato un Ringo anni ’60 fino a poco fa quando aveva suonato coi British Export), ecco che entra Jim Martin, Ringo versione
PHOTOGRAPH (ed è proprio Photograph il pezzo che si accinge a cantare). Finisce, guardiamo il palco ed… eccoli qua: John, Paul, George e Ringo. Di nuovo insieme.
(avrei avuto delle foto se fossero stati sul palco un attimino di più… credetemi, abbiamo fatto di tutto per averle, di tutto).
(dopo lo spettacolo tentammo di beccarli tutti insieme, davvero. Gav ci chiami Jim Mark e Lawrence, certo e sparisce. Jim ci chiami Gav Mark e Lawrence, come no e si dilegua. Mark ci chiami Gav Jim e Lawrence, certo e si dimentica. Lawrence ci chiami Gav Jim e Mark, non c’è problema e viene inghiottito dalla folla. Uno psicodramma.)
Andiamo a prendere da bere e vaghiamo un po’ senza meta per l’albergo. A mezzanotte vigliamo essere il più possibile lontane dalla sala principale dove suonano i nostri amici 1964 – si salvi chi può da Paul Palla! Accasciate mezze morte su un paio di poltrone dell’ormai scombro lounge ci fermiamo a fare quattro chiacchere con Johnny Silver. In questa foto di
JOHNNY & MEL potete vedere l’uomo in tutta la sua sconcertante somiglianza con l’originale. Questo fu il giorno in qui gli intimai di non fare il finto tonto, che avevamo capito tutto, che non era tedesco. Provò di esserlo sul serio parlando germanico ma questo non vuol dire niente – regalino amburghese del nostro, che dite? Con lui disquisimmo in merito ai matusa in completini cardin e zazzeroni, e il fascinoso quarantenne disse che lui avrebbe avuto troppo rispetto di sè stesso per mettersi a fare una cosa del genere. Parlammo un po’ del fatto che si scordava le canzoni, e gli dicemmo di non preoccuparsi che al Beatles Day c’era gente che riusciva a sbagliare “Love me do” col testo davanti. Uomo simpatico.
Tornammo in salone, vedemmo Bob Bartey e i Mersey Beatles – che sembrano tanti piccoli e teneri hobbit fino a quando non ti staccano i timpani urlando alla perfezione I’ve got blister on my fingeeeeeeeeeeeers!!! Frego anche il loro programma, la collezione cresce – è la seconda volta che scrivono “Hello Goodbuy” con la u, hanno qualche problema poveretti.

Concludiamo con un Hal Bruce live – che non fa mai male – (dio benedica l’American Bar, il bar senza regole dove si finisce quando gira a Hal) domani è un gran giorno per il nostro canadese, il giorno del deadly-medley. Di fronte al sottomarino giallo in riva al Mersey, dice lui, eseguirà un medley con ogni canzone dei Beatles. Uomo coraggioso!

 

LUNEDI’ 30 AGOSTO 2004

Prima di fare alcunchè oggi passiamo davanti alla libreri Watersone’s, dove facevano la presentazione del libro sul sottomarino per i bimbi – volume dal modico prezzo di 77 sterlinuzze. Però i disegni sul viso erano gratis, e tutte e tre ci facemmo imprimere il marchio giallo sulla guancia. Io poi mi munii di un ulteriore volumetto dell’utile frasario “Lern yerself Scouse”, e poi giù nella mischia.

Sveglia! Sveglia! Che oggi è il gran giorno! È tutta la settimana che si parla di sto deadly medley del grande Hal Bruce, sappiamo dove sta, sappiamo l’ora e (nonostante le due ore di sonno circa) non ce lo perderemo per niente al mondo. Perciò, gambe in spalla e filare al sottomarino di fronte al molo sul Mersey, c’mon!

(ma prima… be’ c’è una piccola missione da portare a compimento, e verrà eseguita nonostante oggi sia Bank Holiday – which means trova un negozio aperto se ti riesce. Il fatto è che, vedete, dobbiamo sviluppare almeno un rullino dei nostri innumerevoli. Una di quelle pose verrà donata a Gavin Pring, è il minimo che possiamo fare).

Sono circa le nove del mattino quando lasciamo le pose al Superdrug e ci avventuriamo al molo. C’è una specie di fiera (quel caos che è il Mathew Street festival – band non beatlesiane, banchetti di cibi strani, giochi da luna park da farti vomitare al solo pensiero), i giardini sono pieni di gente e di giostre – una confusione del diavolo nonché Maybe di Emma Bunton (!) che aleggia nell’aria. Alzo la testa e vedo che nel sottomarino ci stanno i MARMOCCHIETTI a giocare (come diavolo hanno fatto ad arrampicarsi fin lassù?). Ma siamo sicuri sicuri che Hal suona qua? Aspetta, aspetta, aspetta…
Inutile, forse abbiamo capito male o cosa. Sto medley di cui si parla da una settimana non c’è (fregatura). E qui partono le ingiurie ad indirizzo del povero Hal Bruce, mentre le nostre eroine si prendono un cartoccio di patate da un fish and chips e s’imbrodolano tutte di salse dalla rabbia. Poi voltano l’angolo di fronte al famoso Superdrug e… quando stavi per perdere le speranze! Ecco
IL BRUCE coi capelli che sventolano sotto il cappello lennoniano calcato sugli occhi mentre dietro effettivamente c’è un sottomarino – ma è la riproduzione ingrandita di quello del francobollo! Eppure aveva detto al molo… vabè, godiamoci il concerto, ora che Hal ha avvistato la Jude e, come ogni volta, le ha dedicato For No One (secondo me ora la odia quella canzone poveretto). Ok, l’abbiamo perdonato.

(e tu credi, uh? Credi di averle riviste certe scene! Quando arriva la polizia e chiede ad Hal se gentilmente può sloggiare perché non si può fare il concerto nel mezzo di strada, non ha il permesso…chissà cosa mi ricorda tutto questo, mentre un americanone con un cappello da cowboy dietro di me continua a ripetere “I can’t believe it’s happened again! What a deja’ vu!”) (che ingiustizia però, al tipo inopportuno che per tutta la settimana aveva fracassato gli zebedei cantando Michael Jackson nessuno aveva detto niente.)

Hal è dunque costretto a smettere. Lo raggiungiamo e velocemente ci chiede scusa, neanche lui sapeva che quella mattina sarebbero stati là davanti e non al molo. Probabilmente li hanno detto di spostarsi per via della confusione della fiera. Miii… che disdetta! proprio ora che l’avevamo trovato!
Insomma, siamo al Superdrug e ritiriamo le foto. Per 5 pounds il colore è a dir poco osceno, Gav però riesce a spiccare anche in foto visibilmente malstampate in tutto il suo splendore (e… guess what… al contrario Davey Justice – che in questa settimana si è guadagnato il soprannome di Paul-Ebete – è venuto quasi sempre con la faccia di colore… bianco, senza occhi né bocca, né lineamenti! Quella carta impressionata deve aver capito tutto della vita!
Smile
Poi… poi un’ora schiantata alla fermata del Magical Mystery Tour (“Domani…” sempre domani, come la marmellata della Regina Bianca – fa molto Alice In Wonderland capitolo Wool and Water tutto questo, non credete?
– erano giorni su giorni che andavamo e ci cambiavano il biglietto perchè oggi non si poteva e oggi neppure, uffaaaaa) e poi, già che ci siamo, un’ottima conversazione con dei connazionali incrociati per caso…mi sa che stasera li rivedremo a vedere Gav… diciamo… che gli abbiamo fatto venire voglia…! (questi vedono la mia borsa, mi chiedono dove l’ho presa, rispondo al beatles shop e mi chiedono dov’è – cominciamo bene. Chiedono cosa sto sfogliando, rispondo il programma, guardate che bello, vi dice chi suona dove e quando così ci si organizza fra i vari luoghi, e loro mi chiedono dove l’hai preso quanto costa e ah perchè quanti luoghi ci sono? Ottio, e noi che il programma siamo andate a raccoglierlo all’adelphi ancora prima di posare le valigie. Una domanda sorge spontanea – siete venuti attraverso giambelli? Certo. Ah ecco. E avevano pure il pass dorato, potevano vedere tutto e non hanno visto niente. Cielo che spreco.)
Che balle! Non c’è riuscito di fare un beneamato accidente oggi, tra il medley e il tour! Rientriamo perciò nella zona denominata Beatleslandia, ci vediamo i BBCtles ed i grandi Blackbird (in un favoloso improvvisato doppio-set, essendo che Bob Bartey non era riuscito a presentarsi) from Brazil al Cavern Pub, poi… gente ma qua dietro c’è la statua di Eleanor Rigby? Povera donna, un salutino passiamo a farglielo!

(Eleanor era sempre lì con quel viso sfumato e con un fazzoletto in testa, guardando per terra. Forse si chiedeva perché tanta gente s’interessasse a lei, infondo la sua vita non era stata granché. Però secondo me era felice di non essere più sola. FLAVIO, il tastierista dei Blackbird, si siede accanto a lei e la guarda intensamente, Eleanor si emoziona. Per tutta la sua vita ha desiderato essere guardata così. Si sente bella ed arrossisce un po’ sotto il fazzoletto. Quando la salutammo era al settimo cielo).
Poi becco Alan Braga, il sosia brasiliano di
SEAN LENNON, e lo obbligo a fare una foto accanto alla statua del “padre” di fronte al Cavern Pub. (che darebbero le nostre tre compari per potersela portare a casa quella statua? Ce la regalate il prossimo natale? Daaaaiiii!!!)
E ci vedete schizzare per l’ennesima volta come trottole al Royal Theater
(gaaaaaaaah – e che la mia sorellina parla ammmerecano? THEATRE, porc!!!) dove tra poco si esibiranno i British Export (… beccare la prima fila, beccare la prima fila… - beccata senza problemi, figuratevi che quelle rilassate del fan club di Gav sono andate in galleria.) seguono i Fab Faux dagli Stati Uniti. Seratona!
James Lynch, Davey Justice, Gavin Pring e Jim Martin fanno la loro entrata in scena in tutto il loro splendore, sono vestiti con le camicie rosse sotto con giacche scure sopra. La performance è impeccabile come sempre. Notevoli la “Act Naturally” di Jim (…se volete restare vi avverto che si suoneranno canzoni di Ringo…) , “Young Blood” nonché grasse risate quando alla fine le nostre tre eroine notano che il Davey si è scordato il coretto Paoliniano di You’d Better Leave My Kitten Alone (ed è scena da film quando Gav gli tira una chitarrata col manico suggerendogli sottovoce le parole che deve cantare) . In fondo in fondo gli vogliamo bene al nostro Davey, ma dove lo trovavamo un tipo così assurdo da farci far male al diaframma dalle risa? È un grande!
(beccatevi sta foto di GAV & PAUL EBETE – che facce fa quest’uomo?)

Ed ecco i mitici Faux, presentati nientepopòdimenoché da Sid Bernstein in person – e che presentazione, ma per un signor gruppo come i Faux questo ed altro. Rifanno brani come Lucy, You Know My Name (Look Up The Number) o Whithin You Without You alla p-e-r-f-e-z-i-o-n-e, con un campionario di strumenti invidiabile (dal mitico sitarone a sintetizzatori modernissimi) e con un’energia pazzesca – emblematico il tastierista (e chitarrista e bassista e addetto alle percussione e al sintetizzatore a volte) JACK che suona a gambe alzate (o anche, due tastiere una per mano dando la schiena ad entrambe – per questo lo chiamavamo con affetto Jack o’ sborone) Proiettate dietro immagini psichedeliche che sono vere e proprie opere d’arte. Senza contare camicie assurde e sciarpe altrettanto assurde avvoltolate attorno ai microfoni. Due ore con i Faux sono da consigliare, vi stupiranno (che tempi – l’anno scorso avevano rifatto tutto il “White Album” dal vivo, senza interruzzioni o sbavature, geni che non sono altro).

La serata ci vede all’interno dell’hotel Adelphi partecipi prima di un altro bel concerto di George Harry’s Son (non manchiamo mai quando suona il nostro Gav!) dove effettivamente ritroviamo la coppia di connazionali incontrata nel pomeriggio (entusiasti! Dicono che hanno fatto bene a fidarsi di noi – e te credo! Seguite il loro consiglio!). Gav ha rispolverato per l’occasione l’abito lungo e si fa raggiungere onstage da Jim versione photograph. Ecco a voi una FOTO ARTISTICA della vostra Roretta meritevole di ingrandimento. Per inciso blocchiamo per l’ennesima volta Our Gav una volta finito il concerto. Gli diamo la sua foto (impreziosita da dediche personalizzate e una quantità imbarazzante di cuoricini. Quando ha finito di leggere ci guarda grato e fa “oh, come here” e ci abbraccia tutte – momenti da non dimenticare mai.) e ce ne facciamo autografare altre tre per “uso personale”. Ha una faccia così stupita e seria che temiamo che tra poco si commuova. È sensibile il nostro ragazzo sapete? (sulla foto dell’Aly le ha scritto che spera torni l’anno prossimo – e la ragazza in questione, aerea dalla gioia, in quell’istante decise che avrebbe sfidato il mondo pur di tornare. Quando era tutta la settimana che diceva che non ce l’avrebbe fatta. Forza di Gav. Gav is all you need…)

Poi ad una festa da vip, noi e i musicisti mentre gli Instant Karma suonano nel salone più grande. Sediamo sulle scale mentre Johnny Silver, tutto svaccato sugli scalini, ci osserva dall’alto. Blocchiamo James Paul Lynch che offstage cambia completamente trasformandosi in un RAGAZZO TENERO ed anche un po’ timido (diventa del colore del cappello di Grande Puffo quando gli dico che ho fatto cinque rullini solo per il suo gruppo) – non è neanche un brutt’uomo, peccato che il sito avverta: sorry girls, he’s married.

Poi vedo passare Jack o’ sborone, in dirittura d’andarsene. Non posso permetterglielo senza una foto, quindi mi scapicollo giù per le scale che portano all’ingresso e mi schianto per terra. Però questo attira l’attenzione e la foto insieme la facciamo. Poi però risalendo le scale mi scopro di aver fatto un danno – avevo mancato quattro gradini e messo il piede male. Ahio la storta. La Mel fu servizievole però, e fece in modo che la barista dell’American svuotasse la ghiacciaia solo per me. Ci credete che stavolta non ho pianto – io sono una persona dal cuoricino debole ma dalla pellaccia dura, che ci volete fare.

Ci rivedrete tra la folla del bar. Sono le tre del mattino, ma la serata non è finita.

 

MARTEDI’ 31 AGOSTO 2004

Roll uuuuppp!!! Roll uuupp for the Mystery Tour che si ferma e, dopo giorni di peregrinazioni per tentare di assicurarsi una prenotazione a bordo, preleva Jude, Aly e la sottoscritta e andiamo! Peccato che si tratta di un normale autobus di linea che niente ha a che fare col pittoresco veicolo attinente all’originale, quello della pellicola… ci dicono difatti che la copia originale ha dei problemi, perciò ci sono stati tutti quei disagi… te pareva, la sfiga…
Insomma, ci mettiamo in cammino, in pellegrinaggio: Penny Lane (con tanto di barbiere e tutto il resto) la vediamo a la volée dall’autobus, così come casa di Ringo, di John e di Brian, nonché le scuole. Ci fermiamo invece da Georgetto (c’è gente che abita in quella che è stata la sua casa, penso e dico a Jude che se la casa fosse di Gav e me lo vedessi uscire dall’ingresso potrei pure avere un infarto – la sorellina concorda), a casa di Paul (dove un gentiluomo – o gentildonna – ci tira un… uovo), al cartello “Penny Lane”
(cartello è una parola grossa, è dipinto sul muro il nome della via – per ovviare ai turisti troppo entusiasti con la mania di svitare e portarsi via quelli veri e proprio) ed a Strawberry Fields, mentre lo speaker racconta interessanti aneddoti col suo buffo accento locale: dice che da piccolo John usasse scalare il cancello del noto orfanotrofio e, pur essendo vietato, andasse a giocare coi bambini. Gli ospiti dell’istituto gli facevano notare che, pur apprezzando la sua compagnia, se lo avessero scoperto ci sarebbero state punizioni e “Chissenefrega” diceva lui, esclamando poi “Strawberry Fields per sempre!” (diceva anche che tanto mica l’avrebebro impiccato per questo – nothing to get hung about). Caro John… non ha mai smesso, raggiunta poi la fama, di mandare contributi finanziari per rinverdire un po’ quei campi di fragole…
(altro aneddoto curioso: mica vero che John è nato sotto un bombardamento targato Luftwaffe! Era stato lui a mettere in giro la voce per rendere la propria nascita più…interessante! Ehehehe!)
Comunque. Finito il giro, tornati a bomba e tristi poiché la fine (del viaggio) si apprestava ad avvicinarsi, ci avviamo verso il centro, verso Beatleslandia. Un po’ abbiamo (ho) la testa più fra le nuvole del solito (il portafoglio, mi accorgo, l’ho lasciato in albergo e sono l’unica che ha pecunia valida), un po’ il passi dorato non vale più ed il tipo all’entrata del Cavern non sente ragioni: o paghiamo un nuovo passi… o ci perdiamo gli ultimi avvenimenti. Non sia mai! pensa l’intrepida Meltea che corre in albergo: passeremo anche stavolta.
(Mentre Mel è via veniamo salutate da Hal e Gav che entrano per suonare – quest’ultimo ci sorride divinamente e fa “hi, babys” con un tono to die for.)

Seratona al Cavern Club, dunque, con la créme de la créme: iniziamo con i Blackbird, che mi regalarono pure la maglietta che carini, poi le brave Acustika dal Brazil (spassoso il duetto di I Want To Break Free con la tipa e il sosia di FREDDIE Mercury in parrucca video-look-a-like – c’entrava poco ma faceva ridere), seguono i Blackbird, li vogliamo sentire ben bene e ci piazziamo proprio sotto il palco, di modo da vedere i musicisti di sotto in su (anche perchè la mia caviglia non regge – e a quel paese il cafone fonico che tentò di dirmi che non potevo stare seduta svaccata sull’amplificatore, cosa che in realtà avevo fatto da una settimana a quella parte), poi il buon Gav nelle vesti di George Harry’s Son ci regala altri attimi intensi di sorrisi, commozione e scatti folli di macchina fotografica. “Dove l’hai messo il vestito lungo?” chiede insistentemente un tipo abbastanza drunk dal pubblico “lo metto solo di domenica!” risponde Gav (dopo l’ennesima volta che gli fu posta la domanda, l’impersonatore del Quiet One disse “Stavolta lo faccio cacciare” col suo solito bel sorriso tranquillo!). (oltre che quiet però Gav nostro è recidivo – e di nuovo mi suona “Isn’t it a pity” a metà concerto, versione estesa naturalmente, ed ecco il settimo pianto della settimana anzi dei sei giorni. Sono proprio a mezzo metro da lui che lo guardo annebbiata e lui mi riguarda con aria interrogativa, come non capisse davvero che cosa avesse fatto di tanto straordinario. E noi lo amiamo per questo). Ed ecco anche il Bruce, il nostro mitico canadese, in un grande duetto. Quando finiscono di suonare, chiediamo ad entrambi se possono fermarsi a fare una foto con noi (questa volta ce l’abbiamo fatta perchè il Bruce è affidabile. Gli chiediamo Hal ci recuperi Gav, e zac tempo tre secondi ce l’avevamo sottomano), l’ottimo scatto è in possesso di Jude perché l’imbranatissima fotografa presa a caso tra la folla non riuscì a mandare la mia povera camera. Ma… dico io! (scena – Mel inizia a dirle quarda che è un po’ duro il bottone devi tenerlo pigiato. Gli e lo ripeto io, gli e lo ripete l’Aly, gli e lo ripete perfino Gav – all’ultimo fallimento il pover’uomo sconfortato collassa tonk sulla mia testa, ma io non mi faccio problemi anzi. Alla fine la foto l’abbiamo fatta, ma non è così ottima quindi a voi niente)

Filiamo veloci veloci (si fa per dire) nell’altra ala del locale, quella dove ha suonato Paolino nostro come ricorda un gigantesco murales fra le due sale perché sul palco è il momento di mr. “Scusa-Paul,-conosci-Little-Willow?” Lawrence Glimour plus il figlio Clarkus (se questa è la giusta grafia). Stasera è la sera dei duetti e sul palco con lui si alternano gli amiconi Gav ed Hal, Alice poi aggrabba l’impersonator ed è di nuovo flash memorabile (in realtà la foto è venuta sfocata, ma… meglio così… perché da veramente l’impressione che quello accanto alla nostra eroina sia il Sir in persona… veramente!).Poi arriva Neil a fare il discorsone di commiato. Ringrazia tutti e tutto per la bellissima settimana, e per qualche motivo non meglio identificato si dà ad impersonare James Dean. Voglio fargli una foto, gli dico (parolone, in realtà ho bisbigliato raucamente sempre, non è che dall mio strozzato “give peace a chance” fosse cambiato molto) se può please redò your JAMES DEAN IMPRESSION, e lui acconsente di buon grado – va che bello.

Ed ecco, per finire in bellezza, seratona con grande, immenso concerto dei Faux… una forza ed una resistenza notevoli, per non parlare della bravura: canzoni tecnicamente perfette, padronanza del palco…Jack, il tastierista, si canta “Oh! Darling”, “Helter Skelter” e “I Got A Feeling” l’una dietro l’altra… se vedete tonsille in giro sono le sue… (Jack mi vide a un certo punto allungare una mano felina verso la scaletta, ero proprio sotto la tastiera ma l’inopportuno l’aveva schotchata al pavimento. O’ sborone mi dà un colpetto su una mano e mi dice che non si sbirciano le canzoni, io gli dico che ho già fatto e lui ci rimane male. Comunque mi ringrazia per l’energia mostrata ai loro concerti, mi aveva notata pure nell’immensità del Royal Court. Anche se adesso messa com’ero col piede sprizzavo assai poco.)

Ripercorrendo quelle strade, dopo l’ultimo saluto alla statua di John, avvertiamo che è veramente tempo, che domani la sveglia è presto, che saremo lontane da tutto questo… almeno fisicamente, perché certe cose ti rimangono dentro. Rifletto seduta sulla sedia girevole della stanza con un sandwich mezzo addentato mezzo no. Rifletto che tutto questo mi mancherà. E ci sto riflettendo anche adesso, mentre mi arrabatto per mettere insieme due soldi per tornare. Perché dobbiamo tornare. It’s a MUST! Come dice giustamente Mel, andarsene è stato bruttissimo. Alzarsi all’alba, all’alba e qualcosa i saluti strappalacrime con tutti gli amici conosciuti nella hall dell’albergo, all’alba e mezza a prendere il treno. Che poi ci furono casini con detto mezzo e non fosse stato per uno scouser utilissimo e gentilissimo non ci saremmo mai arrivate in aereoporto, a Londra. Non che ci volessimo arrivare, ma anche volendo rimanere non c’erano i danè per sopravvivere. Almeno loro due tornarono in patria (si fa per dire) insieme – mentre Roretta vostra, sola soletta sul treno per Bergamo Orio as Serio, sbiadiva di lacrime il disegno del sottomarino su una guancia ed il tatuaggino dei Faux sull’altra (regalatomi al Cavern assieme ad un plettro da collezione). Piangevo e intanto rimuginavo... altre 51 weeks di maledetta normalità to go fino alla prossima... *sigh*.
E a proposito della prossima: VENITE NUMEROSI, mi raccomando!!!

A mo’ di chiusura cosmica, vi riporto il testo di una bella canzoncina scritta in onore del festival da un canadese amico di Hal – il quale, credendomi connazionale per la bandierina del canada appunto firmata dal Bruce, mi ha simpaticamente ragalato una copia del cd ai tempi delle foto con la statua di Eleanor. Si chiama, appropriately enough, YOU GOTTA LOVE THE BEATLES:


Every year in the city of Liverpool
Where the music is hot and the people are cool
They throw a party and the whole world comes
Strumming guitars and banging on drums
Forget about work forget about school
It’s all very simple there’s just one rule
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool – Ringo John Paul George
Hello goodbye, Lucy in the sky
No reply, don’t pass me by
Love me do, old brown shoe
For you blue, she loves you
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
Bungalow Bill, fool on the hill
I me mine, I feel fine
Inner light, a hard day’s night
Being for the benefit of mr. Kite
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
Ringo on the drums mr. Rhythm and soul
Paul on bass mr. Rock n’ roll
George on lead man he can play that thing
It only comes together when you hear John sing
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
The night before, when I’m 64
Twist and shout, we can work it out
There’s a place, I’ve seen a face
Every little thing, and your burd can sing
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
Let it be, tell me what you see
She said she said, I’ll cry instead
Ask me why, cry baby cry
Blue Jay Way and yesterday
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool
Michelle, if I fell
Baby’s in black, I’ll be back
Drive my car, back in the USSR
Wanna hold you hand, sgt. Pepper’s lonely hearts club band
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
You gotta love the beatles yeah yeah yeah
And the people of Liverpool.