INTRODUZIONE

Chiedi chi erano i Beatles. È una canzone di qualche anno fa, una delle tante dedicate ai Beatles e una delle più belle, almeno tra le italiane. E’ un dialogo con una ragazza di quindici anni a cui viene chiesta la fatidica domanda “ma tu sai chi erano i Beatles?”; e lei risponde “i Beatles non li conosco, e neanche il mondo conosco. Sì, conosco Hiroshima e mio padre mi ha detto qualcosa, mi ha detto che l’Europa bruciava nel fuoco. Spiegatecelo voi che li avete suonati, ballati e poi dimenticati”. E allora, continua la canzone, se vuoi sentire il tempo che passa veloce, se vuoi capire come il nonno di oggi sia stato il ragazzo di ieri, se vuoi vedere le città senza confini con gente che cantava e gente che rispondeva, allora devi chiedere chi erano i Beatles. Devi sapere chi erano i Beatles. I Beatles come metafora, dunque, come indice del tempo che passa e del mondo che cambia.

I BEATLES COME SPARTIACQUE GENERAZIONALE

Per spiegare chi erano i Beatles sono stati spesi fiumi di inchiostro. I libri sui Beatles, compresi quelli del sottoscritto, non si contano più. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: i Beatles non sono stati solo un gruppo musicale, o dei semplici cantanti o autori di canzoni. Sono stati qualcosa di più e lo sono ancora oggi, se evidentemente a 50 anni dal primo disco e a oltre 40 dallo scioglimento sono universalmente ricordati e osannati, citati come fonte di ispirazione dalla gran parte degli artisti che sono venuti dopo di loro, ieri , oggi e probabilmente anche domani. Sono certamente un’icona del ventesimo Secolo, e non solo nel campo musicale, ma anche per quello che hanno significato in tanti altri ambiti, dal momento che hanno influenzato mode e comportamenti di una intera generazione. In verità, più che influenzato, in un certo momento storico la moda la facevano loro. In quel momento la generazione degli anni Sessanta sembrava non aspettare altro che un qualcosa, magari dei giovani, che rompessero gli schemi con una ventata di novità. Era quella un’epoca di cambiamenti veloci e i Beatles arrivarono esattamente, come suol dirsi, “al posto giusto nel momento giusto”, tanto per usare una frase fatta. I giovani che avevano ormai il bisogno urgente di far sentire la propria voce e le proprie opinioni, tramite i Beatles finalmente ci riuscirono, dopo aver dimostrato che adesso finalmente contavano (e cantavano…) qualcosa. Prima dei Beatles nessuno avrebbe scommesso un centesimo su un gruppo di adolescenti; dopo di loro tutte le case discografiche erano a caccia del nuovo fenomeno. Questi cambiamenti furono al principio timidi, in nome di un rinnovamento di una generazione vecchia, quella precedente, che in fondo aveva portato il mondo intero alle guerre in nome del potere. Non va dimenticato che la generazione dei Beatles è quella nata proprio durante il secondo conflitto mondiale e che ha vissuto in prima persona le tragedie, che ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza tra le macerie dei bombardamenti. E tutto quello che restava davanti a loro era un futuro incerto. La voglia di rinnovare era quindi fortissima, e tutto ciò sarebbe presto sfociato nella rivoluzione giovanile, nei cambiamenti nelle scuole e nelle università, nel sessantotto, nell’emancipazione femminile e nelle marce per la pace in occasione della guerra del Vietnam. I Beatles come spartiacque generazionale, dunque: dopo gli anni sessanta niente sarebbe stato più come prima.

Certo, per i ragazzi di oggi i Beatles possono anche essere semplicemente un videogioco di successo per Play Station e Xbox, ma la loro vicenda ha inizio tanti anni fa, ben prima degli anni 60. Bisogna infatti fare un passo indietro fino agli anni del dopoguerra ed analizzare più da vicino il loro periodo storico ed il loro ambiente.



L’EPOCA E L’AMBIENTE

Tutti e quattro i componenti dei Beatles nacquero praticamente nel pieno della seconda guerra mondiale, nel bel mezzo dei bombardamenti dei tedeschi, in una città, Liverpool, che fu particolarmente colpita e devastata. Liverpool è una città situata nel nord dell’Inghilterra, a circa 300 km. da Londra, la capitale. Gli adolescenti di Liverpool degli anni cinquanta, allora considerati un po’ provinciali rispetto alla metropoli londinese, non è che potessero avere tanti interessi e svaghi. C’era miseria e disoccupazione, e la città stava cercando di riprendersi dagli orrori della guerra. Per i ragazzi c’era forse la squadra di calcio, il Liverpool FC, che nemmeno se la passava poi tanto bene all’epoca, e poco altro. Liverpool è attraversata dal fiume Mersey, un po’ il suo simbolo, si affaccia sul mare del nord ed è il più importante porto inglese: la sorte che toccava ai giovani, tra cui una vasta comunità di irlandesi giunti dalla vicina Irlanda, non era molto difficile da indovinare. Operai in qualche fabbrica o in qualche cantiere edile, oppure il mare. La maggior parte si imbarcava e sceglieva la vita del marinaio. Dalle navi provenienti dagli Stati Uniti sbarcavano sempre più spesso marinai americani che portavano con loro le novità di oltre oceano. L’America non ha la tradizione e la cultura musicale degli europei in quanto a musica classica, ma è la patria del Country, del Jazz e del Blues. Il Country di Nashville e delle praterie che discendeva direttamente dal mito del West, il Jazz che negli anni venti e trenta veniva suonato nei locali fumosi di New Orleans, ed infine il Blues, che è sinonimo di malinconia, di tristezza (dalla parola blue che in inglese sta appunto per triste), e che ha radici antiche in quanto è nato con i lamenti malinconici dei neri che alla fine dell’800 e ad inizio del 900 lavoravano nei campi di cotone del Mississippi. Le novità americane della metà degli anni 50 facevano capo ai poeti della beat generation, da Kerouac a Ginsberg, ma riguardavano l’arte in generale, il cinema e la musica, con i nuovi divi di Hollywood, primi tra tutti Marilyn Monroe e Marlon Brando, e il Rock & Roll, la musica giovane che scaturiva direttamente da una miscela di Blues e Country. I ragazzi di Liverpool, assimilando queste novità, ne fecero una versione propria, contaminata dalla musica popolare inglese e irlandese. Ne venne fuori una miscela “fatta in casa”, suonata con gli strumenti più economici che riuscivano a procurarsi e a costruire; chitarre fatte con delle corde applicate ai manici di scopa, batterie e tamburi con le casse da tè e i fustini dei detersivi, percussioni ricavate sull’asse da lavare: era questa la caratteristica dello Skiffle, un ibrido di Blues, di Country, di Jazz che miscelato con il Folk irlandese diede vita al fenomeno del Beat.



GLI INIZI

John Lennon aveva avuto un’infanzia che definire difficile è poco: i genitori separati quando lui era nato da poco, il padre visto sì e no un paio di volte prima che sparisse definitivamente su qualche nave diretto chissà dove e la madre che, rimasta sola, lo affida alla zia, una severa e burbera signora inglese di mezza età. In più, proprio quando madre e figlio avevano iniziato a riavvicinarsi, lei muore investita da un’auto guidata da un ubriaco. La chitarra e la musica restano l’unica via di uscita. Lennon fonda così il suo gruppo, i Quarrymen (così chiamato dal nome della scuola che frequentava) con un gruppo di amici da lui stesso spronati, che quasi obbligò a perseverare nella sua stessa passione. Inizia ad esibirsi alle feste della parrocchia, cercando di imparare le canzoni dai pochi dischi che riusciva a trovare. In una di queste feste, conosce Paul McCartney, di poco più giovane e con la sua stessa fissazione musicale, il quale, grazie a un talento innato e alla facilità con cui impara nuove canzoni, riesce ad entrare nel gruppo. In più ha in comune con Lennon anche la tragedia della precoce perdita della madre: diventano inseparabili e, con caparbietà, iniziano a tentare di scrivere delle canzoni originali.

Fu McCartney a portare il terzo Beatle, George Harrison, all’epoca un ragazzino di quattordici anni, e fu qui che nacquero i Silver Beatles e poi i Beatles, nome che deriva da un gioco di parole tra Beetle (scarafaggio) e beat, parola che significa ritmo ma che ha anche dei riferimenti alla Beat Generation, la generazione di poeti e artisti americani degli anni 40 e 50 di cui abbiamo già parlato. La parola beat infatti, oltre che “ritmo”, “battito”, significa anche “battuto”, “sconfitto”, in pratica la generazione degli sconfitti, dei diseredati, degli emarginati e dei perdenti che tanto influenzerà il mito americano e, di conseguenza gli adolescenti di mezzo mondo. Risolto il problema di reperire un batterista che avesse anche una batteria, strumento troppo costoso per quei tempi, con l’ingresso di Pete Best, il gruppo cominciò ad esibirsi nei locali di Liverpool, soprattutto al Cavern, e ad ottenere degli ingaggi per esibizioni anche in altre città. Un altro inseparabile amico di John, Stuart Sutcliffe, suo promettente collega alla scuola d’arte, fu letteralmente obbligato ad entrare nel gruppo, tanto che comprò il suo strumento, una chitarra basso, con i soldi ricavati dalla vendita di un quadro.

Con l’aumentare della fama locale, a Liverpool nacque il fenomeno chiamato Mersey Beat, dal nome del fiume simbolo della città, che vide le nuove band spuntare come funghi. Grazie ad un improvvisato agente locale, assieme ad altri gruppi della zona del Mersey, i Beatles ottennero un ingaggio ad Amburgo, in Germania, dove soggiornarono in condizioni disastrose per diversi mesi. Va ricordato che all’epoca erano solo ragazzini con i giubbotti di cuoio e gli stivaletti, dal momento che il più grande aveva sì e no diciotto anni e il più giovane solo quindici. Qui fecero una dura gavetta alloggiando nel retro di un cinema e suonando anche per nottate intere in locali pieni di marinai tedeschi, per lo più ubriachi, ed altro. L’avventura si concluse in maniera piuttosto turbolenta, con due di loro accusati di aver dato fuoco al cinema presso cui alloggiavano ed espulsi dalla Germania. Sutcliffe restò ad Amburgo con la sua girlfriend, Astrid Kirchherr, una fotografa conosciuta proprio durante una serata, la quale rivestirà un ruolo importante nel look dei Beatles.

Tornati in patria, il gruppo cercò di continuare a darsi da fare tra alti e bassi. Un secondo ingaggio ad Amburgo riservò un nuovo dramma per la vita di Lennon. Non appena giunti, i Beatles furono accolti dalla notizia che Stuart Sutcliffe, l’amico fraterno di Lennon che era diventato musicista quasi solo per accontentare lui, era morto per un aneurisma cerebrale. Un’altra tegola si era abbattuta sulla già fragile psiche di Lennon. Conclusero l’impegno alla bell’e meglio, riuscendo persino ad incidere alcune canzoni come gruppo di accompagnamento del rocker Tony Sheridan, e poi tornarono a Liverpool, dove scoprirono che a livello locale avevano iniziato a farsi un nome.

Adesso ci voleva qualcuno che organizzasse le cose in maniera seria per cercare di uscire dall’ambito locale e puntare su Londra. Un proprietario di un negozio di dischi, Brian Epstein, li ascoltò al Cavern e si propose come manager: il nuovo obiettivo adesso era trovare qualcuno disposto ad investire su di loro e a pubblicare la loro musica. Dopo alcuni tentativi falliti, il manager, Brian Epstein, riuscì a contattare un paio di case discografiche di Londra. La prima, la Decca, li rifiutò. Era il Capodanno del 1962 e il gruppo arrivò a Londra a bordo di un furgone sgangherato, ammassati insieme agli strumenti, dopo un viaggio disastroso in una bufera di neve. Il giorno successivo suonarono una quindicina di brani scelti non tra le canzoni che avevano iniziato a scrivere loro, ma tra alcune vecchie canzoni inglesi e americane. L’audizione fallì. Qui bisogna fare una precisazione: più avanti la Decca avrebbe ingaggiato i Rolling Stones riparando così ad una delle più clamorose gaffe del mondo della musica moderna. Comunque, dopo essere stati scartati, i Beatles se ne tornarono a Liverpool delusi, mentre il manager perseverò e portò il nastro con il provino a un’altra casa discografica, la EMI, che riuscì a convincere a scommettere su di loro. Siamo nel 1962, esattamente 50 anni fa, e il loro primo disco, un 45 giri, venne pubblicato in Inghilterra: Love Me Do, una canzoncina semplice semplice, scritta a quattro mani da Lennon e McCartney, derivava direttamente dal Blues e dal Country. Va detto che poco prima c’era stata la sostituzione del batterista: per ragioni mai del tutto chiarite, entrò Ringo Starr in sostituzione di Pete Best, il quale perse il treno dopo aver fatto tutta la gavetta. Epstein ripulì l’immagine dei Beatles, basta cuoio e punk, da adesso in avanti giacche e cravatte. Non fu un grande successo Love Me Do, ma entrò nelle classifiche e convinse la casa discografica a pubblicare un secondo disco e poi il primo album. A questo punto Lennon e McCartney tirarono fuori tutto quello che avevano scritto e accumulato in anni di esperienza e incisero in brevissimo tempo una quindicina di canzoni, tra originali e cover di brani americani, tra cui Please Please Me. Il vento di novità che veniva fuori dai solchi fu percepito un po’ dappertutto.

LA FAMA

Avendo colto il momento propizio, un secondo album fu pubblicato l’anno successivo e la loro fama iniziò ad uscire dall’Inghilterra ed a varcare le soglie europee. Il prossimo passo doveva essere la conquista dell’America, che puntualmente avvenne all’inizio del 1964, con un’abile programmazione da parte del manager che portò il gruppo a dei tour americani che li consacrarono definitivamente. Era nata la “beatlemania”: nuova musica, nuovi abiti, capelli lunghi, tutto ciò che passava per i Beatles diventava oro e veniva emulato in tutto il mondo. Da allora in poi ci fu un susseguirsi di dischi, film e tour in Europa, America, Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Filippine che dimostrarono che non si era alla presenza di una meteora, ma di qualcosa di grosso. Le case discografiche, in primis quella che li aveva scartati, adesso erano a caccia di nuovi Beatles (etichetta che ancora oggi viene affibbiata facilmente un giorno sì e l’altro pure), e si gettarono a capofitto sulle centinaia di gruppi che nacquero dopo di loro e per i quali essi avevano fatto da apripista: in pratica, i giovani ebbero uno spazio che era stato impensabile fino ad allora, comandando il mercato e l’industria discografica. Così, finalmente, contavano qualcosa.

Londra, ribattezzata Swinging London, diventò il centro del mondo, della moda e di tutto ciò che aveva a che fare con i giovani. Nel 1965 la Regina conferì ai Beatles l’onorificenza dell’Ordine dell’Impero Britannico, in pratica li fece Baronetti, per aver contribuito in maniera determinante al boom dell’economia britannica. La cosa non passò inosservata e attirò parecchie critiche, e quando qualcuno storse il muso, John Lennon, interpellato in merito, dichiarò: “Queste persone che criticano la nostra onorificenza, probabilmente l’hanno ricevuta per aver fatto la guerra e per aver ucciso delle persone. Io l’ho ricevuta per averle fatte divertire.”

E i dischi si susseguivano senza sosta, con un successo senza pari. Ad oggi si è calcolato che i Beatles hanno venduto una cifra pari a oltre un miliardo di dischi, una cosa senza paragoni in tutta la storia della musica. La quale ovviamente si era evoluta: il beat dei primi tempi aveva ceduto il passo ad album più maturi, a canzoni i cui testi non erano più limitati alla consueta canzone d’amore, ma affrontavano tematiche ben più profonde. Decisero allora di smetterla di fare concerti per tre motivi fondamentali:

1) non riuscivano nemmeno a sentire ciò che suonavano in quanto coperti dalle urla isteriche del pubblico;

2) rischiavano continuamente per i continui assalti dei fan;

2) desideravano dedicarsi maggiormente alla musica da studio, alla ricerca e alla sperimentazione musicale.



MATURITA’

Nella seconda metà degli anni 60 vennero fuori i capolavori della maturità, sia dal punto di vista della musica che dei testi, che diventarono più importanti e più introspettivi. Una caratteristica dei testi dei Beatles, soprattutto quelli della seconda fase della carriera, è quella di prestarsi a diverse chiavi di lettura, sia personale che universale, e lo vedremo dopo.

Adesso venivano affrontati argomenti importanti come la pace, l’emarginazione, l’amicizia, i malesseri generazionali, il gap tra vecchio e nuovo, adesso si chiedevano qual era il significato dell’esistenza, senza mai tralasciare una eccezionale vena poetica. I quattro ragazzini con le frangette erano diventati uomini adulti; ci fu il viaggio in India e l’avvicinamento alla religione indiana, l’incontro di Lennon con Yoko Ono, la creazione della Apple, la propria casa discografica, ma anche mille altri interessi personali, dalla politica e il pacifismo di Lennon alla religione orientale di Harrison, tutte cose che portarono a un lento ma inesorabile allontanamento, fino allo scioglimento che avvenne ufficialmente nel 1970, all’apice della fama, della popolarità e del livello creativo. Dal primo disco erano passati solo otto anni. Con il finire degli anni Sessanta finirono anche i Beatles e nacquero quattro artisti con individualità ben precise, che avrebbero continuato a fare ottima musica e tanti altri capolavori, valga per tutti Imagine, la canzone che Lennon pubblicò nel 1971 e che è stata proclamata “la canzone del Secolo”. Ma sarebbero restati per sempre nell’immaginario collettivo uniti sotto il marchio Beatles e la loro fama sarebbe addirittura aumentata col trascorrere del tempo fino a diventare quello che sono oggi. E intanto Liverpool, la loro città che un giorno li guardava con scetticismo, oggi è diventata meta turistica grazie ai Beatles. E’ stato aperto il Beatles Museum e ogni anno migliaia di persone visitano le loro case, oramai dichiarate patrimonio nazionale (oggi sono di proprietà del National Trust); a fine agosto ogni anno c’è il Beatles festival, che muove migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo, e si organizzano gite e pellegrinaggi in luoghi come Penny Lane e Strawberry Field; intanto il Cavern, il pub più famoso del mondo, è diventato un’industria e l’aeroporto di Liverpool si chiama “John Lennon Airport”.









Testi:

YESTERDAY: forse l’esempio più famoso della duplice chiave di lettura nella canzoni dei Beatles. Come una canzone che può sembrare una innocua canzone d’amore, se interpretata in un certo modo anche grazie alla duttilità della lingua inglese, può trasformarsi in un’espressione di un dramma personale: scritta da un ragazzo di soli 23 anni, infatti si riferisce alla madre scomparsa quando l’autore era adolescente.

LET IT BE: ancora una volta la figura della saggezza, ancora quella materna, che aiuta a superare i momenti bui della vita. Let it be, lascia che sia così, non ti preoccupare, vedrai che tutto si aggiusterà. Nella notte più nera c’è sempre una luce che brilla.

IMAGINE: l’utopia della pace universale: Immaginate come sarebbe il mondo se non ci fossero guerre, invidie, proprietà, premi e punizioni. Sarebbe possibile? In fondo è facile… immaginarlo. Meno facile è metterlo in atto.

IN MY LIFE: un quadretto nostalgico dell’infanzia e della gioventù con riflessioni realistiche e un’atmosfera dolceamara. Un ricordo di posti e persone che ci sono ancora, che sono cambiati o che non ci sono più.

PENNY LANE: qui il quadretto diventa allegro e spensierato nel ricordare i bei tempi andati. Due angolazioni diverse per scrutare nel medesimo argomento. Il barbiere con le foto, la banca e tutto quello che c’è nella canzone, c’è davvero a Penny Lane. Anche il cielo suburbano che magari non è proprio azzurro ma piuttosto grigio. Nella canzone ci sono molti giochi di parole tipici di Liverpool e quasi intraducibili.

ELEANOR RIGBY: il dramma della solitudine, la disperazione delle persone che vivono da sole; persone anziane abbandonate e dimenticate in vita, come perfino dopo la morte, con un tocco del surrealismo di un quadro di Magritte o di Dalì. Una vecchietta che tiene nascosta una faccia in un barattolo, l’espressione di circostanza da indossare nei momenti opportuni per mascherare i suoi malesseri, e che vive e muore in una chiesa e che verrà sepolta insieme al suo nome. Unico suo affetto è il prete che accudisce e che poi la seppellirà. Il quale, a sua volta scrive un sermone che nessuno mai ascolterà, ad indicare la totale mancanza di comunicazione.

THE FOOL ON THE HILL: l’emarginazione di un uomo che vive da solo su una collina ed è considerato dagli altri, i normali, un pazzo. Lui guarda, osserva il mondo che gira con gli occhi della mente e pensa invece che i pazzi sono loro.

HEY JUDE: un esorcismo contro il pessimismo. Scritta da Paul McCartney per il figlioletto di Lennon che doveva affrontare il dramma della separazione dei genitori. Quando avrai assorbito il dolore e lo avrai metabolizzato, lo avrai fatto penetrare nel tuo cuore e sotto la pelle, solo allora potrai iniziare a vedere le cose in un modo migliore, con più ottimismo. Il tutto usando la metafora di una canzone triste.

SHE’S LEAVING HOME: Lo scontro generazionale vissuto attraverso il dramma di una ragazzina adolescente che decide di scappare di casa. Il tutto narrato come in un film, da quando i genitori si svegliano, trovano un biglietto e si domandano perché..

ACROSS THE UNIVERSE: Una poesia. Un quadro. Immagini che si susseguono e si inseguono. Il mondo si muove, ma il mio mondo non potrà cambiarlo nessuno.